Pugliesi fuorisede/8: intervista a Pierpaolo Lauriola

Torna l’appuntamento con le interviste a giovani pugliesi che hanno lasciato la nostra regione trovando nuove occasioni per far conoscere le loro competenze o la loro arte. Raccontiamo oggi la storia di Pierpaolo Lauriola: nato a Manfredonia nel 1975, a 20 anni si trasferisce a Bologna dove studia al D.A.M.S per poi approdare in altre città italiane, per ragioni di lavoro. Ora vive stabilmente a Milano. Ex componente dei Pliskin, con cui ha realizzato l’album Quando arriva la sera, è autore e compositore dai primi anni ’90, ha inciso tre album e si definisce ‘in tour perenne’. Polvere è il suo ultimo lavoro (2012).

Hai studiato informatica, hai all’attivo dischi da solista e col gruppo, sei di Manfredonia, ma vivi da più di 10 anni a Milano. Come spieghi tutte queste incongruenze?

Vonnegut diceva che esiste un punto matematico in cui tutte le opinioni, non importa quanto contraddittorie, si armonizzano. A quanto pare esistono anche delle vite dove tutte le incongruenze si armonizzano per creare altro. L’informatica mi ha dato delle competenze che trovo utili anche quando faccio musica. Ho registrato l’ultimo album, Polvere, prima da solo nel mio studio casalingo utilizzando il software Logic e una scheda audio. Anche tutta la parte comunicativa che avviene sui miei canali web l’ho sviluppata in autonomia programmando il portale. L’amore per la Puglia e per la terra in cui sono nato rimarrà dentro di me. Ci torno sempre molto volentieri e spesso i miei viaggi in Puglia sono fonte e linfa per la scrittura. Milano è un porto a cui mi sono ancorato da circa dieci anni e da cui riparto per nuovi viaggi. Negli anni ci sono state altre città in cui sono stato per periodi più o meno lunghi. Roma, Verona, Bologna, Parma, Pescara, Berlino, Praga e Londra. Calvino scisse che “arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti”. Questa frase mi è sempre piaciuta.

Per quale motivo hai lasciato la tua città?

Manfredonia è una bella città a cui sono affezionato. Ma sentivo di dover conoscere il resto del mondo. Fare esperienze. incontrare persone, mentalità, luoghi e riempirmi di nuove vite. Sono un esploratore e un curioso della vita. Così a metà anni ’90 ho deciso di partire per frequentare il corso di laurea in D.A.M.S. a Bologna.

Torneresti a viverci?

Se dovessi sentire la voce del cuore probabilmente sì. Ma a questo punto la mia vita ha preso un’altra strada. Non credo di volerci tornare subito. Magari più avanti. Chi lo sa?

I posti in cui sei nato, i luoghi in cui sei cresciuto tornano spesso nelle tue canzoni? Se sì, in che modo?

L’album Polvere è nato nelle stanze della mia cameretta pugliese. A Manfredonia ci vivono ancora i miei genitori. Proprio il titolo dell’album riprende anche un esordio che mi è successo riprendendo in mano un vecchio nastro della band con cui suonavo quando vivevo in Puglia, i Catarsi. La canzone I Silenzi la suonavo già negli anni ’90 sui palchi pugliesi. Sogni e segni l’ho scritta di getto di ritorno da un viaggio fatto diversi anni fa di ritorno dalla Puglia. Anche i racconti dei miei nonni e l’infanzia nelle campagne del Tavoliere spesso trovano posto nelle canzoni che scrivo.

La tua passione per la musica quando è nata? E come si è evoluto il tuo rapporto con la chitarra nel tempo?

Ho iniziato a suonare la chitarra a tredici anni. Ma già a dieci mi divertivo giocando con la musica. Mettevo in serie tre registratori a musicassetta miscelando i suoni. Utilizzavo i nastri magnetici con i giochi del Commodore 64 nei primi anni dell’home computer. Se mettevi i nastri nel lettore producevano dei suoni che univo con quelli che mutuavo da altri nastri. Infine incollavo pezzi di musica presi da altri artisti formando una nuova base. Potremmo definirli dei loop primordiali fatti a mano. Era uno dei miei giochi preferiti. Avevo un quadernetto su cui giocavo a scrivere album di musica. Quindi davo i titoli alle canzoni. Una di queste si intitolava “il tempo”. Forse un primo tentativo di stesura del testo della canzone numero due di Polvere dal titolo La carne del tempo.

Oggi utilizzo per i pezzi acustici una Cole Clark del cui suono sono profondamente innamorato e per i pezzi in elettrico una Fender Stratocaster. Al suono base ci aggiungo dei pedali e dei processori per personalizzare dei suoni che mi permettono di esprimere meglio certi sentimenti e certe atmosfere. Penso all’uso del Delay e delle distorsioni in feedback.

Ad un certo punto sei passato a suonare da solo piuttosto che in gruppo. Raccontaci il perché.

In ogni progetto in cui ho suonato sono quasi sempre stato l’autore dei testi e delle musiche. Quest’attività comporta quasi sempre dei momenti di solitudine in cui prendi da dentro quello che avevi e lo traduci in un altro linguaggio. Che si tratti di una poesia, di un quadro, della scrittura di una sceneggiatura. Nel mio caso è spesso una canzone.

D’altro canto sono molto socievole e passerei la mia vita quasi sempre in condivisione. Per cui è stato naturale incontrare e collaborare con tanti musicisti nel corso degli anni. Con i quali abbiamo spesso ri-arrangiato le canzoni o trovato nuove soluzioni sonore proprio come se si trattasse di una band, fino a diventare un vero gruppo soprattutto per i live. Il nuovo album in preparazione, con molta probabilità, subirà un processo di sviluppo simile.

Oltre a scrivere canzoni ti capita di scrivere racconti, poesie.

Sì, mi piace molto scrivere. In passato ho pubblicato delle poesie. Sono un grande appassionato di letteratura. Spesso le canzoni che finiscono in un mio album partono da racconti che scrivo in precedenza. Da diversi anni sto lavorando alla scrittura di un romanzo.

Quali sono i modelli a cui ti ispiri quando scrivi?

Radiohead, gli U2 fino a Zooropa, Nick Drake, Fabrizio De André, Ivano Fossati, Capossela, Pink Floyd, Neil Young, Apparat, Michael Hedges, Talking Heads, Arcade Fire, Debussy, Chopin e tanti altri. Mi piace molto la scrittura di Carver, Fante, Steinbeck, Calvino, Pavese, Pasolini, Louis-Ferdinand Céline, Ginsberg, Bufalino. Il cinema di Robert Altman, Kubrick, Wim Wenders. Le poesie di Montale, Wisława Szymborska, Séamus Heaney.

Spesso, quando sei in Puglia per motivi personali, ti capita di esibirti. Forse, probabilmente, hai un’idea di com’è la situazione della scena musicale meridionale. Ci sono gruppi/autori che stimi maggiormente? Quali sono secondo te le opportunità e/o gli ostacoli che incontrano al sud?

Come per il resto d’Italia la situazione non è facile. Nonostante tutto, ci sono persone che riescono ancora a stupire per impegno e abnegazione riservando all’arte e alla musica un trattamento di tutto rispetto. La Puglia offre soprattutto d’estate tanti eventi musicali diventati negli anni anche molto importanti. In tanti conoscono “La notte della taranta”. A me piace ricordare anche il Carpino Folk Festival, il Lottarox Summer Festival, S.IND Ruvo “Festival di suoni indipendenti” a Ruvo di Puglia, il Woodfourth, il Giovinazzo Rock Festival, l’iniziativa Mo’ l’estate Gargano (Rete dei Festival Daunia Felice), Festambientesud a Monte Sant’Angelo.

La Puglia è ormai un vero e proprio laboratorio musicale. Penso al progetto “Officine della Musica” o a PugliaSound. Mi piacciono i Radiodervish, Le Carte, i Missiva. Spesso se non ci sono molte opportunità sul territorio nascono delle iniziative private. Penso al Festival Woodfourth. Dove i gruppi suonano liberamente nella logica della proposta e non del contest. Nessuna gara tra artisti, solo esposizione di progetti.

So che hai fatto un fenomenale viaggio/tour nell’estate del 2012. I tuoi ricordi più belli.

Quando faccio dei concerti in Puglia ci lascio sempre un pezzo di cuore. L’anno scorso siamo partiti con un tour-bus da Milano. Abbiamo percorso tutta l’Adriatica.

Sul tour-bus eravamo in 7 e altri quattro del team in macchina. Era la prima edizione del Woodfourth. Sul Gargano per l’occasione ci hanno raggiunto altri amici. Alla fine eravamo quasi trenta persone nei camerini. Ricordo i sorrisi di chi ha diviso questo viaggio con me, gli abbracci, la musica, i momenti di condivisione e, una frase di una canzone dei Pliskin che dice “…e poi… c’è il profumo del mare…” ripetuta per tutto il viaggio e gridata sul palco la sera dell’evento. Il giorno dopo eravamo tutti a pranzo a casa dei miei genitori. Non dimenticherò mai questo momento.

Azzurra Scattarella