“Epitaffi scritti sull’aria” di Nelly Sachs

Sta riscuotendo grande attenzione presso la critica e il pubblico la raccolta di poesie di Nelly Sachs, poetessa tedesca premio Nobel per la letteratura nel 1966, da poco tradotta da Chiara Conterno (studiosa di Letteratura tedesca presso l’Università di Verona) per Progedit, dal titolo Epitaffi scritti sull’aria (pp. 152, euro 16). Nata nel 1891 a Berlino, in una famiglia di origine ebraica, assimilata alla società tedesca, Sachs cresce in un ambiente colto, accostandosi alla letteratura e alla musica. Nel 1908, durante una vacanza con i genitori, si innamora. La relazione viene ostacolata dai genitori e, per il dispiacere, la giovane cade nell’anoressia, da cui esce anche grazie alle prime prove di scrittura. Nel 1921 viene pubblicata la prima raccolta di racconti, Leggende e racconti (“Legenden und Erzählungen”). Affrontando per un decennio le persecuzioni nazionalsocialiste, riesce a fuggire da Berlino solntanto nel 1940. Si stabilisce a Stoccolma, dove vivrà alla conclusione della sua vita. Lì conduce una vita parca e traduce poesia svedese in tedesco. Contemporaneamente compone poesie e redige drammi lirici. Tra i temi della sua lirica vi sono le persecuzioni nazionalsocialiste e la Shoà, l’esilio, la riflessione sul ricordo e sulla lingua.

Tra le sue poesie retoricamente elevate e profondamente cupe, spiccano proprio gli Epitaffi scritti sull’aria, brevi ritratti poetici di cari scomparsi, amici e conoscenti, a cui la poetessa dedica immagini di ricordo. Anche se, virtualmente, Sachs innalza alle vittime i marmi sepolcrali negati dai carnefici, dietro ai suoi versi percepiamo persone vive. In una lingua intima e sofferta queste figurazioni cifrate di destini individuali svelano e contemporaneamente celano frammenti di vite scomparse. Gli Epitaffi scritti sull’aria rappresentano una provocazione per il lettore che, disarmato, si confronta con quel silenzio irriducibile di cui parla George Steiner in “Linguaggio e silenzio”.

Inoltre, come ha scritto recentemente Roberto Galaverni su «La Lettura», supplemento del «Corriere della Sera», «La Sachs guarda dritto dritto nelle pupille il proprio interlocutore, sa ascoltarne perfettamente la voce, fino a perforare il teatro buio e impraticabile che pure circonda l’evento poetico. No, non si finge che la tragedia e l’orrore non si siano consumati. […] Tuttavia è esclusivamente dagli elementi della vita che la Sachs comincia, per rimanervi poi sempre attaccata».