Pugliesi fuorisede/9: Intervista a Giuseppe Biancofiore/2

Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista a Giuseppe Biancofiore. La prima parte è stata pubblicata ieri, e si può leggere qui.

Parlaci dell’AFIP.

Ecco, l’AFIP è una di quelle esperienze che non avrei mai vissuto se non fossi venuto a Milano. È un’associazione di fotografi che include tra gli altri molte delle grandi personalità del panorama italiano. E quindi io cosa ci faccio in mezzo? Verrebbe da chiedersi… L’AFIP è aperta ai professionisti che operano in ogni settore della fotografia e spinge tantissimo sulle nuove leve, i giovani, e tutti coloro che della fotografia intendono farne il proprio mestiere, quindi diventare professionisti. Io vi sono entrato a settembre del 2012, nel periodo in cui l’associazione, che era rimasta ferma per una decina di anni, era in fase di “riattivazione”, e in poco tempo mi sono trovato in un ambiente che avevo sempre un po’ sognato, in cui si discuteva di fotografia ad alti livelli ma senza toni autorevoli o atteggiamenti didattici, bensì col sorriso, come una chiacchierata tra amici, alla pari, tra professionisti e personalità che fino a poco tempo prima per me erano dall’altra parte dello specchio. All’inizio stentavo a crederci, poi invece sono finito addirittura nel direttivo. E lo spirito con cui ci si riunisce e che si vuole creare e diffondere è quello caldo di una grande famiglia, la cui grande madre, citando Gastel, è la Fotografia. Con le lezioni magistrali che abbiamo organizzato in Triennale (e che attualmente sono a metà del secondo ciclo) abbiamo portato molti dei più grandi fotografi italiani viventi a parlare col pubblico facendoli scendere dalla cattedra e avvicinandoli alle persone, in un clima quasi da assemblea universitaria, lasciando loro piena libertà. Ed in effetti ogni lezione è diversa dalle altre, e tutte sono molto interessanti.

Poi abbiamo sempre una mostra in allestimento o un evento, e stiamo partendo con progetti dedicati ai giovani fotografi che permettano loro di avvicinarsi fattivamente al mondo del lavoro, ad esempio aiutandoli a preparare un portfolio serio e maturo e mettendoli in contatto con le realtà editoriali. Il tutto capitanato da Giovanni Gastel, il nostro presidente, che non è solo uno dei più importanti fotografi sul panorama italiano e internazionale ma anche una risorsa per noi e una guida, a cui si affianca Alfredo Pratelli, lo storico presidente nonché fondatore dell’AFIP, e tutti i professionisti e i nomi della fotografia che si raccolgono nell’associazione. Insomma, una bella esperienza che sta andando avanti nel migliore dei modi.

Cosa prediligi fotografare?

Per me qualsiasi cosa è degna di una buona fotografia.

Non esiste, nella mia personale poetica, qualcosa che abbia più dignità di altre o che sia più meritevole di essere fotografato. Per questo non ho soggetti prediletti. Perlomeno quando non scatto per lavoro. Osservando le mie foto si possono trovare per la maggior parte paesaggi urbani, ma non sono un fotografo paesaggista e nemmeno d’architettura. V’è del reportage, ma non sono un reportagista. Ho imparato a fare molte cose nella e con la fotografia, non ho mai avuto paura di sporcarmi le mani e questo mi ha portato a fare un po’ di tutto. Che come formazione, per un autodidatta come io sono, non è male. Penso spesso che fotografare ai matrimoni, ad esempio, è forse il miglior modo di imparare il reportage e la fotografia di strada, e anche il più rapido: in un solo giorno hai tanti ambienti, condizioni di luce, situazioni etc. e li devi affrontare tutti rapidamente ottenendo delle foto tecnicamente ma anche stilisticamente valide. Dopo quello sei quasi pronto per andare in guerra!
In ogni caso mi concentro molto sul creare un’immagine forte, che viva di vita propria, e che riesca a portare un messaggio. Per me la fotografia non è un mero riflesso del mondo ma dev’essere una riflessione sul mondo. Mi piace che la foto prenda il suo tempo per essere vista, che l’occhio si soffermi a lungo su di essa esplorandola e cogliendone i dettagli. Per questo spesso tendo a riempire le foto di particolari, a non concentrarmi su un soggetto che sia unico protagonista.

Quali sono i tuoi modelli estetici quando scatti una fotografia?

Tanti, troppi. Sono nato e cresciuto in una famiglia in cui l’arte era nell’aria (i miei genitori sono diplomati all’Accademia di Belle Arti), in famiglia tutti hanno interesse verso l’arte e quasi tutti disegniamo benissimo. Tant’è che neanche volevo farlo, il fotografo. Mi piaceva disegnare, e al liceo iniziai a dipingere. Scrivevo anche. Ho un cassetto pieno di romanzi. Ma solo i primi capitoli: sono troppo pigro. E la pigrizia mi ha fatto anche passare dalla pittura alla fotografia, ritenendo fosse più semplice. Mi sbagliavo, eccome! Ma all’inizio era un hobby, un diletto, quindi non ci facevo molto caso. Questo per dire che i miei modelli vengono per la maggior parte dall’Arte, e non prettamente dalla Fotografia. Cerco di unire il linguaggio fotografico con un gusto che proviene dalla Storia dell’Arte, non tanto nella scelta compositiva quanto negli elementi, nei colori, nella luce, ma ben lungi dal pittorialismo. A volte mi piace inserire anche un elemento astratto, o molto contemporaneo. Ad esempio, molti dei paesaggi sono scattati in verticale, con un grandangolo, seguendo una divisione degli spazi orizzontale. Ebbene, questo si può dire che è ispirato ai quadri di Rothko. La fotografia non è molto diversa dalla pittura o dalla scultura: per dire qualcosa bisogna usare parole proprie, seguendo una grammatica comune ma con un proprio stile, e con le proprie licenze poetiche e soprattutto con un racconto che sia nostro. Quindi bisogna conoscere a fondo quanto hanno fatto gli altri, guardare e imparare il più possibile, ma poi fare qualcosa di diverso, di nuovo se è possibile, e rimanere fedeli a sé stessi e alle proprie scelte. Solo così si riesce a esprimersi e a risaltare nella confusione, e ad essere riconoscibili. Io lavoro seguendo questo, sperando di riuscirci e nel caso contrario, di arrivarci un giorno.

Qual è il lavoro di cui vai più orgoglioso?

Sono molto autocritico, quindi tendo a smorzare continuamente l’entusiasmo e l’orgoglio. Però, dovendo scegliere, senza dubbio il lavoro fatto con Pierpaolo Lauriola sul suo album solista, Polvere. Con Pier siamo amici di lunga data e l’album l’ho visto nascere e crescere, quindi è venuto naturale, quando lui mi ha chiesto di lavorarci, creare la grafica e l’immagine del disco. La copertina però l’ha scelta lui: è una mia immagine scattata in pellicola a Villa Borghese, qualche anno fa, e appena Pierpaolo l’ha vista me l’ha subito chiesta per farci la cover di un album. È un’immagine apparentemente semplice che però contiene un particolare che rovescia letteralmente la lettura della foto. Per il resto abbiamo giocato molto sul concetto di polvere: infatti ogni foto, sia analogica che digitale, contiene una propria grana, e ho manipolato le immagini per far risaltare questa grana, la polvere di cui ogni foto è composta, o meglio “scomposta”, e i colori, molto autunnali e malinconici, come i testi e le musiche del disco. Questa scelta stilistica è diventata il marchio, lo stile identificativo a livello visivo dell’album. Le foto del making of, dei concerti, dei backstage, seguono tutte il filo conduttore dell’artwork dell’album. Anche il video che ho realizzato per il brano Sogni e Segni, che è anche un making of dell’album, è stato creato secondo questo stile. Il video è stato montato con materiale girato nello studio di registrazione durante le session di incisione dell’album, con uno smartphone e l’app “8mm vintage camera”, ed è nato in maniera quasi casuale: ho iniziato a girare con un filtro bianco e nero molto contrastato delle scene, così per prova. Man mano che continuavo a girare prendeva forma in me l’idea di montare tutto, anche perché ci sono piccole citazioni qua e là di video che ci hanno accompagnato nella nostra adolescenza, come Angel of Harlem degli U2 o Ocean dei Pearl Jam. Per farla breve, alla fine ne è uscito un video musicale vero e proprio. Come vedi, alla fine l’ispirazione può venire davvero da ogni cosa. Il bello è che tutto quello di cui è composto l’album, le musiche, i testi, le immagini, il video etc. si integrano perfettamente tra loro, sono un elemento unico e vivo, e ogni parte non può prescindere dalle altre. È un’alchimia unica.

Quando ho visto la copertina dell’album ovunque su internet e carta stampata, non posso negare di esserne stato molto contento, è una bella sensazione. E spero che si ripeterà col prossimo album di Pier, ma non posso parlarne per ora. Sarà una sorpresa.

www.giuseppebiancofiore.it

Azzurra Scattarella