“Chiamarlo amore non si può”

Come dimostra la cronaca degli ultimi anni, e anche degli ultimi giorni, la violenza contro le donne va affrontata e combattuta soprattutto con strumenti culturali e a partire dalle giovani generazioni. E un libro rivolto ai ragazzi e alle ragazze può quindi essere utile a far comprendere che «amore vuol dire rispetto e non sopraffazione, che amare vuol dire permettere all’altro/a di essere se stessi. Insomma l’amore non può essere egoista, altrimenti non lo si può chiamare amore». Chiamarlo amore non si può è proprio il titolo di un libro edito da Mammeonline (pp. 148, euro 13) che raccoglie ventitré racconti di altrettante autrici per ragazzi per aiutarli «a riflettere e a dialogare, perché non rimaniate in silenzio di fronte ai tremendi fatti di cronaca. Ma anche perchè sappiate reagire a ciò che può succedere intorno a voi, non solo quando si tratta di violenza fisica, ma anche di gesti e comportamenti che comunque feriscono profondamente».

Le autrici sono Anna Baccelliere, Alessandra Berello, Rosa Tiziana Bruno, Fulvia Degl’Innocenti, Ornella Della Libera, Giuliana Facchini, Ilaria Guidantoni, Laura Novello, Isabella Paglia, Daniela Palumbo, Elena Peduzzi, Cristiana Pezzetta, Annamaria Piccione, Manuela Piovesan, Livia Rocchi, Maria Giuliana Saletta, Chiara Segrè, Luisa Staffieri, Annalisa Strada, Pina Tromellini, Pina Varriale, Laura Walter, Giamila Yehya. Il ricavato della vendita del volume sarà devoluto all’Associazione italiana donne per lo sviluppo (AIDOS), una Onlus nata nel 1981 per affermare i diritti delle donne del Sud del mondo, e in particolare al progetto “Salute e prevenzione delle mutilazioni dei genitali femminili in Burkina Faso”.

«In genere si fa riferimento alla prevenzione riferendosi a quando già le donne sono oggetto di stalking o vivono dei rapporti a rischio. Per noi prevenzione significa invece lavorare sull’educazione prima ancora che i ragazzi e le ragazze comincino a vivere i primi innamoramenti, dunque nella preadolescenza, magari anche contrastando i modelli femminili forniti dai media, i ruoli stereotipati che i ragazzi e le ragazze vivono in famiglia (e spesso anche rafforzati purtroppo da libri di testo e/o albi illustrati sin dalla prima infanzia), e ovviamente i modelli familiari disturbati. Per questo crediamo che l’educazione familiare non sia sufficiente ma che debbano essere scuola e società a farsi carico di una corretta educazione affettiva. I racconti sono di diverso tenore, alcuni più forti, altri apparentemente più lievi poiché trattano forme di violenza psicologica, non meno importanti».