“Ferite di parole” di Leila Ben Salah e Ivana Trevisani

L’assenza di approfondimento davanti ai più importanti eventi della politica estera rischia di portare con sé un eccesso di semplificazione. E la semplificazione è quasi sempre nemica della verità dei fatti. Nel corso delle rivolte di piazza, poi, questo rischio si corre di continuo: lo abbiamo visto in questi giorni a Kiev, dove notizie “ufficiali” raccolte in piazza venivano smentite dopo pochi minuti, ed è accaduto nelle capitali del mondo arabo tra il 2011 e il 2012. A fare le spese della semplificazione sono le categorie più esposte all’attenzione dei media e al tempo stesso meno forti per poter imporre la propria completa visione dei fatti. Le donne sono tra queste, considerate nella Primavera Araba perlopiù assenti dalle piazze o, quando presenti, rappresentate come sottomesse alla volontà maschile: «Mai abbiamo sentito le donne con cui eravamo in relazione, che abbiamo incontrato, gli sbiaditi soggetti riflessi, “vagamente affini agli indignados occidentali” come, ancora una volta, molto opinionismo della sponda settentrionale del Mediterraneo ha voluto definire i soggetti attivi nelle rivoluzioni arabe. Al contrario i nostri incontri sono stati con donne incarnate, vive, attive nel cammino di libertà femminile e non solo, avviato da tempo nei loro Paesi».

Sono parole tratte dall’Introduzione del libro di Leila Ben Salah e Ivana Trevisani, Ferite di parole (Poiesis Editrice, pp. 190, euro 16): la prima è una giornalista italo-tunisina, collaboratrice dell’agenzia Ansa, la seconda è psicologa e antropologa e svolte attività di formazione all’estero per progetti psico-sociali, principalmente con le donne. La loro pubblicazione va tutta nella direzione di quell’approfondimento che è mancato negli anni ultimi a proposito dell’impegno delle donne nei paesi arabi protagonisti della Primavera, dalla Tunisia all’Egitto, dalla Libia alla Siria. Non è un caso che, proprio per raggiungere questa finalità, il libro sia diviso in tre sezioni, “Prima”, “Durante” e “Dopo”. E se la prima, che raccoglie testimonianze di donne che hanno lottato per i loro diritti nel corso del Novecento, offre evidenti motivi di interesse per la storia di un movimento misconosciuto in Occidente, anche le due sezioni successive, che apparentemente potrebbero raccontare eventi più noti in quanto più recenti, mostrano ampiamente quanti errori e quanti giudizi affrettati si siano espressi sul ruolo delle donne nel corso delle rivolte che hanno condotto, tranne che in Siria e in Bahrein, al crollo dei regimi preesistenti, e quanti silenzi sulla presenza di associazioni e movimenti di donne ben organizzati e radicati in quei territori.

Il maggior pregio del volume è quello di riportare numerose testimonianze dirette di donne protagoniste dell’impegno per i diritti delle donne. A partire da Hoda Sha’arawi, l’attivista che già nel 1920 aveva fondato al Cairo un partito politico e una rivista e negli anni successivi si era impegnata per l’emancipazione femminile anche con gesti eclatanti, come essersi tolta il velo di ritorno da un viaggio a Roma. O dalla coeva Marie Ajami, fondatrice in Siria del Club Letterario delle Donne nel 1919. Nella seconda sezione del libro, poi, l’attivismo delle donne durante i giorni delle rivolte si lega ai mezzi utilizzati per rendere le proteste più efficaci, in primo luogo il web. E soprattutto si critica la lettura che i media occidentali hanno dato dell’abbigliamento delle donne scese in piazza, soprattutto in territori come il Bahrein e la Siria in cui il regime ha dato prova di voler identificare con ogni mezzo i manifestanti per reprimere le proteste.

La Tunisia è certamente il paese più presente nelle testimonianze raccolte dalle due autrici. Anzitutto perché patria di Mohamed Bouazizi, l’ambulante che si diede fuoco dopo l’ennesima multa subita per il suo carretto di frutta e verdura. L’importanza che il suo gesto ha avuto per la deflagrazione delle rivolte in Nord Africa (e poi in Medio Oriente) emerge anche dalle parole di sua madre, che ritirando la denuncia nei confronti dell’agente municipale accusata di aver schiaffeggiato Bouazizi, «si è riconosciuta l’autorevolezza necessaria di una decisione in proprio e scivolando alle spalle di un sistema giudiziario, che sentiva improntato più alla vendetta che alla giustizia, ha spiazzato l’intero sistema opinionistico e di informazione mondiale»: «Rivedo Mohamed ogni giorno, negli occhi di tutti i tunisini che incontro. La loro e la mia libertà sono più importanti di ogni altra cosa. Questo è il vero riscatto per la vita di mio figlio!». Sempre in Tunisia, sono ancora ben impresse nella memoria le immagini delle donne e degli uomini in coda ai seggi per le prime elezioni libere dopo Ben Ali. L’assemblea costituente eletta ha provato in due occasioni a inserire nel nuovo testo costituzionale limitazioni alla libertà delle donne, ma in entrambi i casi le proteste, ad esempio il 13 agosto 2012, in quello che in Tunisia è il giorno della donna (in ricordo dell’approvazione, nel 1956, della Convenzione per l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne), hanno ottenuto il loro obiettivo: «Le donne non hanno detto la loro ultima parola – scriveva in quei giorni Nadia Chaabane, attivista e componente dell’assemblea costituente – e se qualcuno pensa il contrario si sbaglia di grosso».

Stefano Savella