“Il profeta e il bambino” di Kahlil Gibran

L’opera di Kahlil Gibran in Italia e in tutto l’Occidente risente di una lettura che ne privilegia l’aspetto mistico, accentuando la sovrapposizione tra la figura dell’intellettuale siro-libanese e quella del protagonista del Profeta e assimilandola «a quella del guru, dispensatore di più o meno facili consigli in forma di aforismi e massime sapienziali». La ricchezza della sua produzione letteraria e la poliedricità del suo senso artistico rendono una chiave di lettura di questo tipo del tutto insufficiente. Per accostarsi con curiosità e in modo aperto a una più ampia parte dell’opera di Gibran, passando attraverso il crinale per certi versi obbligato della sua biografia, è particolarmente utile l’antologia Il profeta e il bambino (La Scuola Editrice, pp. 208, euro 12,50), curata da Francesco Medici. Barese, italianista e studioso della letteratura araba d’emigrazione, Medici appartiene a pieno titolo a quella categoria di esperti conoscitori della vita e dell’opera dell’autore libanese, definiti gibranisti e che si raccolgono intorno a una associazione internazionale dell’Università del Maryland, grazie anche alle sue traduzioni italiane, talvolta inedite, di parti dell’opera di Gibran pubblicate negli scorsi anni per le Edizioni San Paolo.

Malgrado la casa editrice bresciana che pubblica questo volume sia nota storicamente per la sua produzione di editoria scolastica, e a dispetto del titolo stesso di questa antologia, non si tratta di un’opera destinata ai più piccoli, come sottolinea lo stesso curatore nell’Introduzione. Purtuttavia, la natura prevalentemente aneddotica degli scritti raccolti soprattutto nei primi due capitoli agevolano un approccio che prima si definiva curioso e comunque non vincolato a una preesistente solida conoscenza dell’autore libanese. Come scrive ancora Medici, quest’antologia intende «tratteggiare un ritratto di Gibran còlto finalmente nei suoi aspetti più semplici e quotidiani, al di là di qualsiasi mitizzazione e mistificazione di cui egli fu, secondo alcuni – almeno in parte e in maniera più o meno consapevole -, responsabile».

L’opera è suddivisa in quattro capitoli. La formazione del piccolo Kahlil Gibran in un villaggio dell’attuale Libano e in una famiglia di religione cristiano-maronita viene raccontata, nel primo capitolo, attraverso brevi ricordi pubblicati dallo stesso Gibran negli anni della maturità o da parte di componenti della più stretta cerchia di amici, conoscenti e collaboratori. Uno di questi ultimi ricorda come «Le sue prime poesie non erano scritte in parole, ma erano plasmate con la neve e modellate nella pietra. Figure di una strana bellezza, realizzate in modo tutt’altro che infantile, durante tutto l’inverno prendevano forma dalle sue mani nel giardino di suo padre»: in una metafora (Gibran imparerà a scrivere solo successivamente), quasi un presagio della sua propensione a incrociare e scavalcare le frontiere tra arte e letteratura. Dopo l’arrivo con la famiglia negli Stati Uniti, Gibran studiò all’Académie Julien di Parigi tra il 1908 e il 1911. Qui visse un’altra esperienza che contribuì non poco alla maturazione del suo «spirito audace e intrepido»: una sua opera, Gli spiriti ribelli, scritta in arabo, fu messa al rogo a Beirut perché «dannosa per i giovani». Per questo motivo arriverà per Gibran anche la scomunica dalla Chiesa. Ma l’autore volle che se ne stampasse una seconda edizione e in seguito alla rivoluzione dei Giovani Turchi la sua opera fu riabilitata e divenne un classico per tutto il mondo arabo.

Il secondo capitolo, che dà il titolo al volume, raccoglie pensieri e brevi storie di e su Gibran legati al mondo dell’infanzia. Nella zuppa che si immagina tagliata a metà, in uno scherzo subìto dagli amici, nell’intesa con la «vecchia amica Influenza», nell’interpretazione attribuita allo stile dei suoi disegni, emerge il Gibran che pensa, opera e vive «con la semplicità di un bambino». Nel terzo capitolo si approfondisce la spiritualità dello scrittore libanese, tesa alla scoperta di «un Dio immanente e panteistico», assai lontano dalle bassezze del clero e da comportamenti falsamente attribuiti a una morale religiosa, come i matrimoni combinati: «La maggior parte delle religioni parlano di Dio al maschile. Per me, Egli è tanto madre quanto padre. È il padre e la madre insieme; e la Donna è il Dio Madre». Il quarto e ultimo capitolo, infine, comprende alcuni scritti inediti e rari di Gibran in varia forma, oltre a otto tributi a lui resi da altrettanti scrittori o suoi conoscenti. Tra i suoi testi di quest’ultimo capitolo, anche alcuni aforismi meno noti rispetto a quelli per i quali viene tradizionalmente citato, come il seguente: «È lo spirito debole che cede alla carne. Gli spiriti deboli non sanno amare. L’amore è un re che conferisce gloria soltanto agli eroi».

Stefano Savella