Pugliesi fuorisede/13: intervista a Raffaello Ferrante

Caporedattore per Mangialibri, Raffaello Ferrante, originario di Bari, ha partecipato al grande romanzo collettivo In territorio nemico (minimum fax, 2013), realizzato con il metodo SIC. Ha pubblicato il romanzo Orecchiette christmas stori (’roundmidnight edizioni, 2014), il racconto Il lavoro logora chi ce l’ha (Centoautori, 2007) e vari altri su antologie – Marchenoir (Italic peQuod, 2012), Gli schizzati (Photocity, 2012), Frammenti di cose volgari (BooksBrothers, 2009), Rien ne va plus (Las Vegas, 2009), Neromarche (Ennepilibri, 2008), e altri editi da Giulio Perrone editore – e su riviste e quotidiani – Inchiostro, Colla, Prospektiva, L’Attacco.

Spiegami innanzitutto il titolo del tuo ultimo libro (Orecchiette christmas stori).

Originariamente il titolo era La vigilia, un titolo che raccontava da solo l’attesa, la speranza in un cambiamento che tutti i protagonisti affidano esclusivamente al proprio destino. La vigilia di Natale – ma poteva essere quella di capodanno, della befana o di una qualsiasi festa comandata – diveniva così per loro semplicemente il pretesto, l’occasione per fare i conti finalmente con se stessi, con le loro fallimentari esistenze. Però pur racchiudendo bene tutto questo era troppo freddo per una location come Bari. Io volevo infatti nel contempo raccontare anche la Bari natalizia dei quartieri popolari, quella dove l’odore di frittura e mandarini si mischia a quello della polvere da sparo dei botti già da ottobre. Questa Bari underground e sudamericana aveva bisogno perciò di un titolo più evocativo, che immediatamente fotografasse l’immagine che avevo. Il tutto cercando una musicalità giusta, orecchiabile, un sound che riecheggiasse una certa America da emigranti, quella dei nomi storpiati alla Totò e Peppino. E non a caso il titolo non è il corretto Orecchiette christmas stories all’inglese, ma l’equivalente Orecchiette christmas stori alla barese.

Come mai hai deciso di scrivere un romanzo?

Non è che ho deciso a tavolino di scrivere un romanzo. Fino ad allora infatti avevo scritto soprattutto racconti per antologie o riviste. Oltre alla splendida avventura della Scrittura Industriale Collettiva ideata da Vanni Santoni e Gregorio Magini, coronata poi da In territorio nemico pubblicato da minimum fax. È capitato però che mi si è infilata in testa ad un certo punto una storia, una suggestione, figlia di letture o film che in quel periodo magari avevo assorbito. E così ho incominciato ad immaginare i vari personaggi, l’ambientazione, la collocazione temporale e il mosaico pian piano è andato componendosi da solo. Alla fine mi son trovato con una storia che in effetti è talmente snella e asciutta che non so neppur io se può essere considerata un racconto lungo o un romanzo breve.

Lettore assiduo, caporedattore per Mangialibri, impiegato al bingo. Come si coniugano queste anime?

È la perfetta sintesi del serial killer, infatti. Lettore lo sono diventato anche tardi, sicuramente dopo i vent’anni. Ma da allora non mi sono più fermato. Anzi ho cercato di recuperare il tempo perduto aumentando in maniera esponenziale il numero di letture annuali (anche grazie a Mangialibri). Poi dopo l’università ho avuto l’occasione di entrare a far parte del dorato mondo delle sale bingo che nel frattempo erano sbarcate in massa in Italia, e mi ci sono tuffato. Solo che come uno dei cinque protagonisti del mio romanzo, ho capito subito che qualcosa, rispetto alle mie aspettative iniziali, lì dentro non quadrava.

E quindi ti sei trovato a lavorare al bingo…

Come ti dicevo nel 2001 improvvisamente in Italia è arrivato il business delle sale bingo. Fior fior di imprenditori ci si sono tuffati riciclando immediatamente teatri, vecchi cinema e trasformandoli in sale bingo. L’idea sponsorizzata era quella di creare luoghi di aggregazione per famiglie all’insegna della vecchia tombola. Nella realtà le cose sono andate in maniera differente. La clientela tipo non era affatto l’allegra famigliola coi fagioli da mettere sulle cartelle e il nonno sordo che chiama i numeri della ‘smorfia’, ma si andava nel migliore dei casi da giocatori incalliti e incancreniti, avvelenati e frustrati in maniera proporzionale al decrescere delle vincite, fino nel peggiore dei casi ai boss della malavita locale in persona. Nel mezzo tutta una fauna di personaggi, che folkloristici è dir poco, di una Bari parallela a quella che scorreva al di fuori di là.

Poi hai cominciato a collaborare per Mangialibri.

Con Mangialibri è nato tutto per caso. Credo di aver trovato un annuncio da qualche parte sul web di ricerca di redattori per recensioni. Da là all’amore a prima vista col ‘Capoccia’ David Frati, è stato un attimo! In realtà Mangialibri è stato fondamentale per ampliare le mie letture anche verso generi nei confronti dei quali magari in precedenza ero un po’ snob, o che mai avrei pensato da lettore di comprare (ricordo per esempio Gratis, un saggio bellissimo di Chris Anderson che senza Mangialibri non avrei mai incontrato), ma è stato importantissimo anche per la scrittura, grazie alla rete di contatti con quel mondo dell’editoria che dal di fuori, fino ad allora, hai solo idealizzato e/o demonizzato in modo errato.

Come sei finito a lavorare e vivere a Fermo?

È stato il corso della vita a portarmi nelle meravigliose Marche – che in realtà però avevo ‘puntato’ già da parecchi anni –, e devo dire che Fermo è diventato per altro un ottimo punto di osservazione per la mia amata/odiata Bari.

Mi hai detto che lavorare al bingo del quartiere San Pasquale di Bari è stata una palestra di vita. Quanto di quello che hai scritto è più o meno vero?

Le vicende sono chiaramente state inventate in funzione della storia che volevo raccontare, ma il ‘colore’ degli attori non protagonisti, quelli che fanno da tappezzeria alla sala bingo sono certamente se non reali, verosimili. Il capitale (dis)umano concentrato là dentro dall’apertura fino alla chiusura è stato sicuramente una grossissima fonte d’ispirazione. Era un po’ come essere costretti a rimanere chiusi nella casa del Grande Fratello con boss, scippatori, ergastolani e rapinatori. Oltre ai ‘semplici’ giocatori, quelli che pur di provare il brivido della vincita si umiliavano a giocarsi bingo di pochi spicci fino alle quattro di mattina.

Ammettilo: sei anche tu un bingo-addicted?

Non solo son sempre stato il tipo che fin da bambino schifava persino la tombola e il giro a sette e mezzo coi parenti, ma lavorando in quell’ambiente, tra i giocatori incalliti, quel barlume di possibilità che magari era segregato in qualche angolo recondito della mia parte più biscazziera, è stato definitivamente sopraffatto. Quando vedi signore dell’età di mia madre ravanare come tossiche nella borsa in cerca degli ultimi spicci per portarsi a casa cinque euro di bingo, ti assicuro che ti passa qualsiasi tentazione!

Il tuo libro è molto diretto e realistico. Quali sono gli scrittori che senti più vicini e che ti sono stati utili nella composizione del testo?

Lo stile è certamente il condimento adeguato per la storia in quel determinato scenario. In altri racconti il mio stile era meno crudo e diretto. Non ho avuto quindi riferimenti letterari specifici a cui ispirarmi durante la stesura ma sicuramente il romanzo è nato anche grazie ad un paio di libri (Montezuma airbag your pardon di Nino D’Attis e L’ultimo capodanno dell’umanità della raccolta Fango di Ammaniti) che per motivi diversi mi han fatto venire voglia di raccontare proprio quella storia, e di un film che credo abbiamo visto in pochissimi, Camerieri di Leone Pompucci, che raccontava le gesta di un nugolo di camerieri costretti a giocarsi nell’ultimo loro servizio ai tavoli, il tutto per tutto. Ecco, il mix di queste tre storie è un po’ il progenitore di Orecchiette christmas stori.

Questo è stato il tuo primo romanzo pubblicato. Come sei entrato in contatto con la casa editrice?

La gestazione è stata lunga e infruttuosa per anni. Nell’attesa di risposte dalle case editrici a cui l’avevo spedito, ho continuato, spinto dai consigli preziosissimi di scrittori e addetti ai lavori a cui l’avevo fatto nel frattempo leggere (Roberto Saporito, Giuliano Pavone e Vanni Santoni su tutti), a modificarlo e migliorarlo, finché  nella nuova e quasi definitiva versione, grazie sempre a Mangialibri, ho conosciuto quel pazzo scellerato di Domenico Cosentino, editore nel frattempo della neonata ’round midnight, che ha sposato immediatamente il progetto (e io immediatamente il loro, dopo aver letto i testi dei primi autori pubblicati, De Silva, Signor, Gianelli, tutta gente senza fronzoli e paillettes letterarie, che ama viceversa raccontare storiacce vere, puzzolenti di strada, sempre col coltello dell’ironia tra i denti) e in pochi mesi, dopo un lavoro importantissimo di editing sul testo, ha mandato in stampa il romanzo nella collana Little Walter rilegandola in questo formato dal gusto retrò, fin troppo fine e stiloso per il contenuto acido e pop-pulp del romanzo.

Hai qualche altra storia pronta? Magari un uovo editoriale-pasquale?

No. Pasqua rispetto a Natale è innocua e indolore per il mio stato mentale e dunque non si merita un romanzo manifesto per demolirla. A pare gli scherzi, al momento non ho nessuna storia su cui sto lavorando se non una mezza e vaga idea tutta da plasmare. C’è però un racconto (dove torno a raccontare una Bari acidissima) che ho scritto per Inchiostro di Puglia, il blog ideato da Michele Galgano che illustra la Puglia attraverso i racconti e le voci dei suoi più prestigiosi (a parte il sottoscritto) autori. Un’idea che ho sposato immediatamente contagiato dall’entusiasmo di Michele e dal valore assoluto delle penne che via via stanno collaborando al progetto.

Leggendo le recensioni al tuo libro ho trovato spesso due aggettivi: pop e pulp. E tu, cosa pensi, ti definisci più pop o più pulp?

No, quale pulp. Sono un placido e pigro signore di quasi mezza età che nutre una sana avversione per gli ‘e vissero felici e contenti’, questo sì, perché credo fortemente che scrivere non significhi sognare o far sognare, per quello c’ho Mastercard, ma riflettere, elaborare, raccontare ciò che ci pulsa quotidianamente attorno e attraverso le vene.

Azzurra Scattarella