“La rinascita del pesce palla” di Vito Bruno

Con La rinascita del pesce palla (Manni, pp. 200, euro 16) Vito Bruno cambia ancora una volta registro stilistico ed editore: Mare e mare (e/o) è un romanzo sperimentale di formazione, Il ragazzo che credeva in Dio (Fazi) è un noir in cui l’intreccio prevale sulla ricerca stilistica, L’amore alla fine dell’amore (Elliot) è un libro-testimonianza intessuto di affetto e di lirismo; ma la sua produzione annovera anche una raccolta poetica, Movimenti (Aelia Laelia), una di racconti, Cirlè (Feltrinelli), e altri due romanzi, Per invecchiare ho bisogno di tempo (Stalker) e Domenica ti vengo a trovare (Marsilio).

La rinascita del pesce palla ha per protagonista Milo, un velleitario scrittore, nonché nobile decaduto, alle prese con la calura romana di un weekend di giugno e con il proposito di farla finita, dopo che l’ennesimo rifiuto editoriale gli ha reso manifesto il fallimento nell’unica impresa in cui abbia davvero creduto: «aspettando il momento X in cui sarei stato sparato come un razzo nel firmamento della letteratura mondiale, ho rimandato a data da destinarsi amori, donne, figli […]. Poi un giorno ti svegli e oplà, sei un vecchio catorcio in disarmo».

Così la vita affettiva di Milo è circoscritta a Mirko, il figlio di un amico a cui si trova spesso a fare da baby-sitter, e all’algida madre, relegata a una casa di riposo per nobili; così non è mai stato capace di trovare una qualche occupazione non occasionale (nemmeno dopo aver dilapidato il patrimonio di famiglia). Tutta la sua energia si è riversata e si è esaurita nella stesura dei suoi trentotto manoscritti e di innumerevoli diari, ed è proprio concepito come una sorta di diario La rinascita del pesce palla: cronaca espansa di quelli che sarebbero dovuti essere i suoi ultimi tre giorni, senonché – come rivelano sia il titolo dell’opera sia la quarta di copertina – Milo comprende che non è nell’universo letterario che si realizzi l’esistenza. «È qui, in questo mondo qui, in questa luce cruda, in questa confusione eterna come il dolore e simmetrica come l’amore quando accade, che tocca giocare la propria partita: dannarsi per sempre o salvarsi».

Occorre tener presente che nella finzione letteraria si tratta, appunto, di pagine che l’egocentrico protagonista scrive in maniera compulsiva (e dunque biliose, deliranti, ombelicali), facendo attenzione a non confondere le sue riflessioni con quelle di Vito Bruno, anche quando, presumibilmente, i due sembrano quasi sovrapporsi. Allo stesso modo le maldicenze sul mondo editoriale e i caustici commenti su alcuni autori (da Eco a Siti, tanto per nominarne un paio) sono imputabili alla finzione narrativa (o forse no?). Certo, di qualche eccesso si sarebbe anche potuto fare a meno – come le due pagine di sinonimi della parola “pene” ispirate dall’irrisione della Littizzetto –, ma in fondo sono proprio l’eccesso e il sarcasmo a caratterizzare sia Milo sia La rinascita del pesce palla.

Giovanni Turi