“L’innocenza di Tommasina” di Caterina Emili

Dopo L’autista delle slot, Premio PugliaLibre nel 2012, Caterina Emili, umbra ma pugliese di adozione, torna nel suo nuovo romanzo L’innocenza di Tommasina (acquistabile in ebook su Amazon, euro 3,99) a raccogliere i fili di una narrazione già avviata, conservandone il contesto e lo stile, ma mutandone i protagonisti. Come in un gioco di dadi, resta lo sguardo acuto con cui l’autrice fissa lo scenario di un paese della Valle d’Itria, Ceglie Messapica, confrontandolo a distanza con quello della provincia umbra e con una grande città del Nord (era Milano nell’Autista delle slot, è Torino in quest’ultimo lavoro). Ma cambiano gli aspetti strettamente narrativi – la storia di un suicidio che acquista poi risvolti nuovi e sorprendenti – e i personaggi, dietro le cui figure popolari si distingue con evidenza l’attenzione maturata dall’autrice nei confronti di un dialetto e di uno stile di vita (legato soprattutto alla cucina) che ha avuto modo di approfondire dopo il suo trasferimento in Puglia.

L’affastellarsi di sapori, di prelibatezze gastronomiche pugliesi, così come la passione del protagonista, Vittore, per i casinò e il gioco d’azzardo, tracciano un consistente filo conduttore tra i due romanzi di Caterina Emili. Ma L’innocenza di Tommasina si popola anche di personaggi nuovi: su tutti Cesara, la «gigantessa messapica» con «due grandi passioni», il turpiloquio e la cucina: «Così passa le sue giornate tra un “cazzinculo a sorde” e una trippa con i fagioli degna di un re, tra lasagne con i funghi e piccion’ de mamet». Tommasina è proprio la nipote di Cesara ed è morta suicida in circostanze che la zia vuole approfondire, grazie ai viaggi di Vittore nel Nord Italia, dove Tommasina aveva studiato e lavorato per alcuni anni, prima di trasferirsi – ma questo Cesara ancora non lo sapeva – proprio nei dintorni di Perugia, insieme a Pinuccia, un’amica più grande e lesbica, e Franceschino, un ragazzino con problemi mentali che Pinuccia aveva adottato.

E poi ci sono ancora Mario e Maria, il Professore e il Taranta. E su tutto, Ceglie Messapica: «Grande posto, Ceglie Messapica. Un porto senza acqua dove mille culture si sono spiaggiate come balene troppo pesanti per potersene andare via senza lasciare traccia, e tutto senti in questi vicoli pietrosi, tutto vedi, passato e presente mescolati come la cipuddat di Maria»: la cipuddat, ovvero carne di pecora «in brodo con cipolla, patate, pomodori, sedano e pecorino, nella pentola di coccio». Emili, che è stata giornalista della Rai e inviata speciale per vari quotidiani nazionali, è in grado di cogliere aspetti profondi della provincia pugliese. E lo fa anche quando le si chiede il motivo di una pubblicazione su Amazon, senza l’apporto di una casa editrice tradizionale: «In Puglia i vecchi contadini dicono che da ragazzi lavoravano a “seme morto”, ovvero domandavano un pezzo di terra ai latifondisti e, portando a loro spese il seme, lo coltivavano facendo poi a metà con il latifondista sugli eventuali risultati. Ecco, anche io sto lavorando a seme morto: ho chiesto il campo più grande che io conoscessi e il seme l’ho portato io. E si fa a metà. Mi sembra una bella avventura, no?».

Stefano Savella