Pugliesi fuorisede/15: intervista a Fernando Coratelli

Fernando Coratelli è nato a Bari, ma si è trasferito sui Navigli ormai da quindici anni. Lavora nell’editoria, organizza eventi letterari, dirige il webmagazine «Torno Giovedì» ed è presente con diversi racconti su varie antologie. Ha pubblicato i romanzi Altrotempo (Cadmo Editore, 2008), Quando il comunismo finì a tavola (CaratteriMobili, 2011) e La resa (Gaffi Editore, 2013).

Partiamo dal principio: perché e quando sei venuto a vivere a Milano.


Sono arrivato a Milano nell’autunno del 1998, altro secolo, altro millennio. Milano non è stata la scelta di vita, è venuta casuale, più che altro la mia essenza nomade mi ha portato via da Bari. Se fossi nato a Milano sarei andato via da Milano – mi sento migrante.

Arrivato in Lombardia, quali erano le tue idee? Come ti sei avvicinato al mondo editoriale?


A Milano sono venuto a frequentare un corso di Tecniche editoriali. Scrivevo, sognavo di fare il romanziere, ma non volevo fare altro nella vita, cioè ho pensato “vorrei lavorare di ciò che amo più di ogni altra cosa fare: leggere e scrivere”.

Il tuo pamphlet, Quando il comunismo finì a tavola, in un certo senso, ricorda un testo candidato al Premio Strega, Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo. L’hai letto? In generale, segui i premi letterari?


Ammetto di non avere letto il libro di Francesco Piccolo, e in ogni caso il mio è antecedente al suo. Non è uno dei miei autori di immediato riferimento, se mi passi l’espressione, non so se lo leggerò, insomma, ho altri più urgenti da leggere. Non seguo i premi, perché in Italia non ce n’è uno che non sia stabilito a tavolino dai grandi gruppi editoriali, non sono mai premi meritocratici ma sempre di potere.

Quanto c’è di tuo nel confronto tra storia politica italiana e tua storia personale visibile nel libro pubblicato con CaratteriMobili? Perché, per chi non lo sapesse, in questo libro per ogni avvenimento storico-sociale di qualche rilevanza tu fornisci il tuo contrappasso soggettivo, dando dettagli su dove eri, cosa stavi facendo, quali scarpe avevi messo, ecc.
 

Quelli bravi direbbero che Quando il comunismo finì a tavola è un libro di autofiction. Non è del tutto vero, la parte narrativa e romanzata ha un suo peso specifico, sono veri però tutti i riferimenti storici, poi se la storia del protagonista collimi alla perfezione o no con la mia credo sia davvero di poco interesse.

La resa è il tuo ultimo romanzo. Nel titolo sveli, per così dire, il sentimento di fondo dei personaggi, che, dopo aver vissuto un trauma iniziale, hanno deciso di cambiare vita – proposito molto difficile da mantenere…


Sì, il titolo è già di per sé uno svelamento del climax. Era mia intenzione raccontare una resa incondizionata e imperante della borghesia intellettuale odierna, quella dei trenta/quarantenni che non hanno saputo costruire niente, che faticano a mantenere in piedi i vecchi valori del Novecento, che forse di quei valori sono schiavi senza apprezzarli eppure tuttavia si dimenano nel tentativo di salvaguardare uno status. Un po’ come dice quel personaggio nel film L’odio (La Haine) di Kassovitz: “L’uomo che precipita dice fin qui tutto bene, fin qui tutto bene: ma il problema non è la caduta bensì l’atterraggio”.

Ti sei mai chiesto come reagiresti tu se ci fosse veramente un attacco terroristico a Milano?


Temo che reagirei come uno dei personaggi di La resa, temo che anche tu reagiresti allo stesso modo, temo che chiunque legga questa intervista reagirebbe così. D’altronde attentati di quella portata ci sono stati, e dopo gli iniziali buoni propositi della gente colpita dalle stragi alla fine ha vinto quella resa intellettuale di cui parlavo prima.

«Torno Giovedì» e Lite Editions. Due progetti online, diversi. Ce li racconti?


Due progetti diversi fra loro, compreso il mio ruolo. «Torno Giovedì» è stato un webmagazine di narrazioni nato nel 2010 da un’idea mia, di Luigi Carrozzo e Franz Krauspenhaar. Sentivamo la mancanza di uno spazio di narrazioni, visto che in quel momento storico alcuni dei grandi blog letterari (si pensi a Nazione Indiana o a Primo Amore) ormai erano appiattiti solo su temi di attualità sociopolitica o al più su recensioni. Mancavano spazi aggreganti di storie, di esperimenti letterari e linguistici. Sono stati tre anni fecondi, firme più o meno famose hanno dato il loro contributo e ci possiamo fregiare anche di avere dato spazio a alcune narrazioni che poi hanno trovato spazio editoriale (tipo La prigione grande quanto un Paese di Marco Drago che dopo averlo pubblicato a puntate su «Torno Giovedì» è diventato un libro per Barbera Editore), o di avere spinto e lanciato esordienti, oltre a avere ospitato autori stranieri che ci hanno inviato loro inediti (penso a David Camus, a Richard Godwin, a Catherine Dufour, fra gli altri).

Lite Editions invece è una casa editrice digitale, nata da un’idea di Desideria Marchi e Giorgio Lonardi. È stata la prima casa editrice italiana di short-story erotiche, che poi ha ampliato il suo raggio di azione a romanzi e a generi come il noir e il romance. Ma di Lite Editions sono stato solo il direttore editoriale per un anno.

A dicembre è andato in scena L’ambigua storia di un bicchiere di Merlot; prossimamente porterai in scena un altro testo, un work in progress di C’è ancora vita sulla costa orientale. Quali sono le difficoltà di scrivere un testo teatrale? E com’è avere il controllo solo di una parte dell’opera, essendo stato autore e sceneggiatore, ma non regista della commedia?


Difficoltà a scrivere un testo teatrale devo dire che non ne ho incontrate. Studio dialoghi da quando ho cominciato a scrivere, non a caso tutta la mia produzione narrativa ha come base i dialoghi, spesso vituperati in Italia, difatti pochi sanno davvero scriverli e dare voci verosimili e specifiche ai personaggi. Non essere il regista di ciò che si scrive è una manna dal cielo, aiuta a lavorare sul testo di continuo, a doversi confrontare, a sapersi mettere in discussione fino al minuto prima che gli attori vadano in scena.

Qual è la sensazione che hai provato nel vederlo, ascoltarlo realizzato?


Una sensazione irripetibile. A uno scrittore non capiterà mai di avere davanti agli occhi duecento o trecento lettori tutti insieme nello stesso momento. A un autore teatrale questo succede: sei lì e recepisci subito l’impatto del pubblico, capisci al volo ciò che ha funzionato e quello che invece va risistemato.

Ultimamente hai sviluppato un certo tipo di scrittura corale, a più voci, di stampo “americano”, e mi sembra che questa sia una scelta precisa che va nella direzione di un recupero dell’epica in letteratura. A quali autori fai riferimento in tal senso? E credi che ci sia qualcun altro che si muove in questa direzione in Europa?


Beh è fin troppo facile (ma è anche vero) dire che i miei autori di riferimento sono Don DeLillo e Cormac McCarthy su tutti. Poi Carver non lo fai mancare mai, dopodiché non tralascerei Auster né McInerney. In Europa non disdegno McEwan (anche se non tutto) e Houellebecq, mi piace molto Zadie Smith, ma vorrei anche segnalare il tedesco Eugen Ruge, per restare in tema di romanzi corali. In Italia si ricomincia ora, non dispero, arriverà roba interessante, ne sono certo.

In chiusura, tornerei alle origini. E ti chiederei di descrivermi il tuo rapporto con la Puglia, con Bari, con le tradizioni, con ciò che hai lasciato ormai da un po’ di tempo.


Ho un rapporto controverso con le tradizioni. Forse sarà la parola che non amo particolarmente, visto che adoro scoprire ancor più che riscoprire. Direi comunque che il mio rapporto con Bari è di stima reciproca. Battute a parte, non sono nostalgico, non lo sono in amore, figurarsi con le origini. Tuttavia la Puglia è una terra bellissima dai colori intensi che ti porti dentro per sempre, ma quello che più di tutto mi lega indissolubilmente con la Puglia, con Bari soprattutto, è l’alba. Il sole sorge dal mare a Oriente, e io sono nelle idee, nelle azioni, nei pensieri sempre con lo sguardo fisso verso Levante.

Azzurra Scattarella