“Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta” di Francesco Dezio

«La nostalgia non è più quella di una volta», diceva l’attrice francese Simone Signoret, titolando così la propria autobiografia. «Il tipo particolare di nostalgia che possiamo osservare quotidianamente in Europa o negli Usa è figlio di quella che viene chiamata età postmoderna, o età della globalizzazione», ha scritto in un saggio Emiliano Morreale. La nostalgia per gli anni Ottanta e, per il momento in misura minore, Novanta, ha trovato oggi nei social network un’ulteriore cassa di risonanza. Ma non ingannino il titolo e la copertina: non c’è nostalgia in Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta (pp. 128, euro 12), la raccolta di racconti di Francesco Dezio pubblicata dalla Stilo Editrice dieci anni dopo il suo esordio con Nicola Rubino è tornato in fabbrica, che uscì con Feltrinelli e che si collocò in apertura di una nuova stagione della letteratura italiana sulla precarietà nel mondo sul lavoro.

Dieci anni dopo, la precarietà che affronta Dezio è declinata al plurale: non più soltanto lavorativa, ma anche affettiva e, in certo qual modo, culturale: ad esempio, se si considera smarrita e forse perduta un’esperienza che ha contribuito alla propria formazione. Questa esperienza nel libro di Dezio si configura tutta in ambito musicale: e alla scena musicale degli anni Ottanta sono infatti dedicati i numerosi riferimenti evidenziati anche tipograficamente (e con playlist al seguito su YouTube) all’interno dei racconti. Gruppi, album e concerti di quegli anni si impastano alle vicende umane e professionali dei protagonisti, dettando i tempi alle loro «storie», ai loro turbamenti, alla loro arrabbiata intransigenza, alle loro sconfitte.

Accanto alla musica, l’altra componente centrale dei racconti di Dezio è quella della provincia. Altamura, soprattutto, che è anche città natale dell’autore, ma anche Melpignano, Molfetta, San Severo. Queste due componenti, veri e propri pilastri che consentono una certa omogeneità all’intera pubblicazione, si intrecciano soprattutto nel primo e nell’ultimo racconto. Nel primo, dove l’apparizione di una giovanissima Anna Oxa in stile punk al festival di Sanremo del 1978 (lo stesso di Gianna di Rino Gaetano) si abbatte come un meteorite sulla vita del protagonista appena undicenne, con le sue prime scorribande nella villa comunale (luogo di aggregazione per tanti giovani fuoriusciti in tanti paesi del Mezzogiorno), il disprezzo per piazza Zanardelli in quanto luogo dello struscio (dove «Gli altamurani si muovevano tutti insieme, alla maniera di Blob il fluido che uccide»), le prime canne al fianco di personaggi improbabili (Cutolo, Mozzone, Zipp Zipp) ai quali soltanto la provincia può dar vita. Nell’ultimo racconto, dove in un torrido pomeriggio di maggio fuori a un ipermercato di San Severo si consuma, insieme al nastro della cassetta dell’album The Red Thread degli Arab Strap, e su quelle stesse note, anche la relazione più virtuale che reale tra il protagonista e Silvia, laureanda in Beni culturali con un futuro di lavoro al Nord.

Nel mezzo, personaggi che con la musica cercano di sopravvivere (organizzando eventi, suonando su una nave da crociera), o che cercano di sopravvivere comunque, anche lavorando in una delle microimprese che nella zona della Murgia hanno costituito per anni il distretto della produzione di divani, prima di soccombere con le esternalizzazioni. In ogni racconto si leggono l’odio e la rabbia contro la provincia, il suo «asfissiante trittico carneallospiedo-pane-salotto», i suoi (im)prenditori improvvisati, la politica tutta e comunque. Sono un odio e una rabbia di oggi, lontani dai «facili entusiasmi di tutti quei ragazzotti che avevano una sommaria idea di cosa fossero il punk o la new wave, che dopo che avevano schiattato il culo in fabbrica volevano uscire dalla noia della provincia e andavano in cerca di rassicuranti rivoluzioni all’insegna di un finto sogno di libertà […]. Ma erano gli anni Ottanta, e gli anni Ottanta erano esattamente questo».

Stefano Savella