“Ordo ab chao” di Giovanni Guacci

Una Milano che asseconda il suo ritmo naturale, tra aperitivi nei locali del centro e bar malfamati di periferia, è lo sfondo di un thriller che si avvia con una serie di apparenti coincidenze (un cd dimenticato in auto, un cellulare dimenticato spento) e che successivamente si compone di aspetti e di misteri internazionali fino a riguardare interessi nascosti della finanza mondiale. Ordo ab chao (Lupo Editore, pp. 208, euro 15), il motto universale della massoneria, è non a caso il titolo del romanzo d’esordio di Giovanni Guacci, architetto nato a Lecce nel 1963 e residente proprio nel capoluogo lombardo, dopo diverse esperienze all’estero, specialmente negli Stati Uniti. Proprio in uno studio di architettura, con importanti clienti anche all’estero, lavora il protagonista del romanzo, Matteo Grazioli, che si ritroverà presto invischiato in un intrigo internazionale tra società russe e giapponesi di cui si troverà al centro, unico possessore di una password e di un cd fondamentali per la pianificazione annuale di nuove manovre speculative: «Le redini dell’economia mondiale sono in mano a un trust di menti illuminate, sono loro che controllano il mondo da decenni. Saranno loro a rinnovarlo e a creare un nuovo ordine mondiale».

Prima di venire a conoscenza degli aspetti più misteriosi di questo «nuovo ordine mondiale», il protagonista dovrà evitare più volte di essere ucciso, assistendo invece agli omicidi di alcuni conoscenti da parte di due sicari serbi assoldati da un potente gruppo russo, e facendosi poi proteggere da due detective prima di volare fino a Tokyo. Nel mezzo, c’è spazio anche per uno spaccato che mette in luce aspetti della malavita organizzata milanese, grazie all’amicizia del protagonista con un boss di origini calabresi, Sergio Imerti.

Milano, con i suoi riti, è presente soprattutto nelle prime pagine del romanzo. Il mondo degli architetti e dei designer, radical-chic e inclini al consumo di cocaina, è piuttosto in linea con l’immagine che ne viene trasmessa generalmente. E non solo loro: come racconta il protagonista, «Associare il mondo dei fotografi e i suoi satelliti di modelle alla cocaina significa conoscere l’astronomia sociale milanese, materia che ho imparato a memoria». Le visite ai bar di periferia costituiscono, malgrado questo, o forse proprio per questo, un’attrazione fatale per Matteo: «Ognuno ha la propria valvola di sfogo. Io, per esempio, ho un debole per i bar di periferia, preferibilmente squallidi, ad angolo e sotto portici colonnati. La geometria delle colonne è ininfluente, sono i profilati d’alluminio a fare la differenza». Proprio in uno di questi bar il protagonista, a colloquio, con il boss Imerti, capirà in quale storia complicata si è involontariamente cacciato. Pochi passi fuori da quel bar, in fuga dopo un omicidio, darà una svolta all’intrigo internazionale che lo coinvolge.

Stefano Savella