“La ballata degli affumicati” di Roberto Nistri

Guido Piovene, nel 1957, l’ha definita un «porticciolo orientale», una «città di mare tersa e lieve, tanto che passeggiandovi sembra di respirare a tempo di musica». Qualche anno dopo, per Pier Paolo Pasolini era la «città perfetta», che «brilla sui due mari come un gigantesco diamante in frantumi». La città è (o era?) Taranto, e non sapremo mai con quali parole l’avrebbero descritta questi due grandi intellettuali italiani del Novecento se l’avessero vista soltanto pochi anni dopo ancora. Ma ha preso ispirazione dalle loro parole Roberto Nistri, storico e docente di filosofia tarantino, nel suo ultimo libro dedicato alla città, La ballata degli affumicati (Edizioni dal Sud, pp. 96, euro 10), che già nel titolo recupera lo slancio poetico delle due citazioni, disseminando poi lungo tutto il testo numerosi altri richiami a opere liriche, letterarie, cinematografiche che in qualche modo, anche attraverso un piccolo frammento, si legano a ciò che Taranto è stata e a ciò che è diventata, dopo la costruzione del siderurgico.

Il volume raccoglie una serie di brevi interventi (trentacinque in tutto) riguardanti gli eventi avvenuti prevalentemente tra il 2012 e il 2013: anni nei quali il dibattito sul futuro dell’Ilva si è fatto più acceso, dopo l’apertura dell’inchiesta per disastro ambientale e i diversi provvedimenti approvati dai governi che in quegli anni si sono avvicendati. Un dibattito che ha rianimato la città e che ha visto svilupparsi un consistente filone editoriale nel quale si sono spesso intrecciati inchiesta e fiction. Lo stesso libro di Nistri, peraltro, non sfugge a questa collocazione, benché conservi una propria originalità nel legare tra loro tessere di un mosaico apparentemente così distanti come stralci di inchieste giornalistiche (tra cui quella di Tonio Attino pubblicata nel 2012 per Besa) e citazioni di versi o di testimonianze di ex operai del siderurgico (su tutte, quelle di Pasquale Pinto, e della sua raccolta di poesie La terra di ferro, del 1992). Come in questo esempio: «nel film Casablanca il nostalgico Bogart diceva “Avremo sempre Parigi”. Avremo sempre una antica Taranto, speriamo noi. Originalità è pur sempre tornare alle origini, Ursprung, al germoglio, Ansatz».

Malgrado il libro di Nistri si soffermi in modo particolare sulle vicende che hanno riguardato l’Ilva negli ultimi anni, la sua ricostruzione dei fatti prende avvio fin da quando la sola ipotesi di collocare a Taranto l’impianto aveva fatto impennare il valore dei terreni alla periferia della città. Due cordate si erano date battaglia, tra trappole e strategie, fino alla scelta definitiva dell’ubicazione dello stabilimento, in un’area la cui urbanizzazione era prevista già nel 1865 e dove le prime case erano già state edificate nel 1956, quattro anni prima della posa della prima pietra dell’allora Italsider. Costruito l’impianto (che nel corso degli anni verrà ulteriormente ampliato), assunti gli operai (con un sindacato come «canale preferenziale di assunzione»), emergono fin da subito i primi problemi di sicurezza e di inquinamento: già in un convegno dell’aprile 1971, ricorda l’autore, sindacati e politici locali discussero di questa problematica. Ma «degli esiti di quei rilievi si sarebbero poi perse le tracce sulle rive dello Stige». In una città in cui verranno poi installati altri impianti inquinanti, si arriverà poi ai giorni nostri: i fatti e i protagonisti sono più noti, ma non per questo l’autore risparmia i dettagli delle concussioni e delle notizie di reato messi nero su bianco nelle carte della Procura tarantina. «Una città può, al momento giusto, sotto forme diverse, ritrovare i suoi dei», scrive Nistri citando Italo Calvino. Ma in attesa di quel momento, lasciare una testimonianza scritta rappresenta un atto civile: «La scrittura, con la sua reversibilità ondosa, può riportarci alle strade non percorse, a quelle biforcazioni di fronte alle quali ci ritroviamo, come sempre, impalati. La scrittura serve per ritornare a casa e rivederla come se fosse la prima volta: Allons enfants du Paradis…».

Stefano Savella