“L’ufficio del personale” di Francesco Lorusso

Già nella citazione dal Pavese di Lavorare stanca in epigrafe alla prima sezione è possibile rintracciare alcuni elementi centrali dell’ultima raccolta di poesie di Francesco Lorusso, L’ufficio del personale (La vita felice, pp. 80, euro 10). Una collocazione non casuale, perché oltre all’evidente richiamo tematico tra i titoli delle due opere pone l’accento su almeno altri due aspetti che trovano nell’intera raccolta un proprio sviluppo: il primo è uno spazio, la strada, collettivo per eccellenza che finisce tuttavia per ridursi a linea di demarcazione tesa ad unire un appartamento a un luogo di lavoro come fossero punti di un gioco per bambini; il secondo è la faglia generazionale, presente più sottotraccia, su una porzione di terreno sotterranea ma che riverbera i suoi effetti più a lungo, scavando nella vita precaria e perciò allargando il fossato che la divide da quella di un padre, dei padri.

I versi di Lorusso si distinguono per le loro radici salde in un mondo che non sa e non può pensarsi altrimenti che urbanizzato, termine che si può considerare poco meno che un sinonimo di centralizzato, o standardizzato. La prima delle tre sezioni nelle quali la raccolta è suddivisa si colloca in modo più coerente in questa dimensione. Nell’ufficio del personale che dà il titolo all’opera, mentre «moduli sempre nuovi si compilano / a scombinare i ruoli» e quando si ascolta singhiozzare «il rotore dal sommo del capannone / lasciando con la nenia la sua pena nella notte», l’ombra di una vita solitaria e precaria si allunga lentamente: e tutto copre come una nebbia l’accumularsi di «macerie di giorni» e il sedimentarsi della «polvere di sogni adombrati».

Neppure l’ambiente della propria casa, che dovrebbe stimolare al riposo, riesce a contrapporsi alla grigia abitudine della vita esterna: anche gli oggetti della cucina finiscono per confondersi con quelli del posto di lavoro («La tavola è una chiamata fuori orario / il piatto che si fredda nella notte») e il più semplice alimento acquista i connotati di un’esistenza burocratica (o burocratizzata): «Fraziono il pane come l’identità sul documento» è uno degli incipit più riusciti dell’opera di Lorusso. Del quale, nato a Bari nel 1968 e già autore nel 2007 della silloge Decodifiche edita dai tipi di Cierregrafica a Verona, Vittorino Curci nella Postfazione sottolinea la capacità di elaborare «un senso della parola e un ‘sentimento del tempo’ che hanno cominciato ad insinuarsi in una realtà oggettiva nella quale […] l’io, alla fine, può uscirne malconcio se non addirittura frantumato». Un punto condiviso anche nella Prefazione di Daniele Maria Pegorari, laddove sottolinea la «scomparsa del soggetto […] sotto i colpi dell’assedio soffocante di una post-realtà virtuale e antiumana, senza origine e senza scopo».

Stefano Savella