“Gloria agli eroi del mondo di sogno” di Giancarlo Liviano D’Arcangelo

Il termine mitico, ormai da qualche anno, viene usato come aggettivo da abbinare a personaggi più o meno memorabili oppure come intercalare per riempire preoccupanti vuoti di idee.

Per le popolazioni antiche il mito serviva a raccontare e provare a spiegare qualcosa di misterioso o inspiegabile e a renderlo familiare. Il mito quindi era più interessante quanto meno visibile o spiegabile e accresceva la propria forza quanto più il narratore era capace.

Giancarlo Liviano D’Arcangelo ha provato a raccontare il mondo del calcio con un linguaggio più elevato rispetto alle comuni cronache sportive, ammantandolo di quell’alone magico e meraviglioso che i ragazzi degli anni ’70 e ’80 gli assegnavano. Le partite non si potevano vedere integralmente, men che meno quelle internazionali, e la conoscenza dei giocatori e delle loro imprese era legata o alle cronache sportive dei giornali o a quelle delle sintesi televisive. Per conoscere imprese precedenti si doveva ricorrere all’enciclopedia (come nel caso dell’Ungheria di Puskas). Il titolo del libro è Gloria agli eroi del mondo di sogno e ha come sottotitolo Il gioco del calcio. Racconto fantastico di un universo mitico (Il Saggiatore, pp. 304, euro 16).

Il libro inizia con il racconto della finale del Mondiale 2006, Francia-Italia, partendo da ciò che accade fuori dallo stadio fino ad arrivare alla narrazione della partita, descritta quasi come se fosse una battaglia decisiva di un poema epico. Anche i calciatori vengono descritti fisicamente e caratterialmente come se fossero degli eroi pronti alla pugna. Sembra quasi di essere lì e sembra quasi che anche l’autore ci fosse, anche se alla fine del capitolo confessa di non esserci stato. In realtà potevamo esserci tutti, grazie alle immagini riprese dalle decine di telecamere dentro e fuori lo stadio: ciò che rende il racconto e il ricordo diversi è l’intervento del narratore che con le sue parole li rende epici.

Liviano D’Arcangelo passa poi a raccontare come si sia formata la sua passione per il calcio, durante i lunghi pomeriggi domenicali della sua infanzia, riempiti dalle cronache radiofoniche e televisive. Narra del campo costruito con dei resti di moquette e delle gradinate nate dai pezzi della Lego e dei calciatori fatti con i pupazzetti Playmobil. E narra delle sfide al di là del tempo e dello spazio tra la grande Ungheria e una selezione dei migliori giocatori degli anni ’80 (da Dasaev fino a Maradona). Nel mezzo, ricordi di partite straordinarie, come la finale di Coppa dei Campioni Steaua Bucarest-Barcellona (blocco orientale contro blocco occidentale), con il portiere rumeno Ducadam che para tutti i rigori tirati per poi consegnarsi ad un destino di oblio.

L’autore passa poi a raccontare il momento in cui diventa attore sul campo di calcio, prima nelle partitelle con gli amici e poi nella scuola calcio del suo paese, Martina Franca. La sua carriera da calciatore durerà poco, perché deciderà di interromperla dopo tre rigori sbagliati nella stessa partita, precursore di Martin Palermo. Passerà al tennis, sport individuale che non spegnerà la sua passione calcistica, ma che lo spingerà ad apprezzare i campioni solitari, veri e propri «paria», come li definisce l’autore. C’è anche il tempo di costruire un mini bildungsroman su un amore mai rivelato al Circolo Tennis. Ma il calcio resta protagonista della narrazione, con altri racconti di partite memorabili fino alla parabola dell’attaccante del Martina, eroe della curva tanto da essere soprannominato Krol, ritrovato qualche anno dopo il ritiro, imbolsito e triste noleggiatore di videocassette in paese.

Al di là di alcune descrizioni molto particolareggiate, il libro è davvero godibile e anche commovente nei ricordi d’infanzia e adolescenziali che diventano memoria condivisa, come quando si narra dei lunghi pomeriggi trascorsi a giocare a calcio o degli amori mai nati. Lo sguardo dell’autore sul calcio di oggi, al contrario, ci appare ormai disilluso. Ne è prova l’appendice finale su Messi, forse la parte meno convincente. Vero è che la sovraesposizione mediatica e la cura del marketing rendono ormai i calciatori troppo visibili quindi più raggiungibili e meno eroici, ma anche nel calcio, come in tutto il resto, le cose vanno avanti e non sempre migliorano. Forse Messi appare un automa più per questioni caratteriali che per colpa dei curatori di immagine. Il piccolo argentino meriterebbe un Arpino o un Soriano per narrarlo, ma purtroppo non vediamo cantori così ispirati sulle pagine dei giornali. Intanto ci godremo le sue giocate nella finale del Mondiale.

Il libro sarà un ottimo ansiolitico per curare l’assenza di calcio per il prossimo mese post Mondiale. Ve lo prescriviamo sicuramente. Non ha controindicazioni.

Fabio Mele