“Fuga da Sebastopoli” di Valentina Korsakina

I venti di guerra che soffiano da mesi in Crimea hanno portato con sé, insieme a lutti e sconvolgimenti dei rapporti geopolitici tra gli Stati della regione, anche una riscoperta della storia di quel territorio da sempre crocevia di lingue, culture, religioni ma anche campo di battaglia di numerosi conflitti del passato. L’anniversario dello scoppio della prima guerra mondiale ha fatto il resto, e ci si è chiesti da più parti se lo sparo di Sarajevo potesse in qualche modo avere punti in comune con gli scontri tra le milizie filo-russe e l’esercito ucraino o con l’abbattimento dell’aereo della Malaysia Airlines avvenuto proprio mentre sorvolava la Crimea. Il centro più noto della penisola è senza dubbio Sebastopoli, e proprio da lì ha inizio la storia autobiografica raccontata da Valentina Korsakina nel suo recente Fuga da Sebastopoli (Stilo Editrice, pp. 120, euro 12).

Non deve sorprendere che fin dalle prime righe della sua autobiografia l’autrice dica di chiamarsi, a dispetto del nome che viene riportato in copertina, Ania. Non si tratta di un tentativo di auto-fiction, né del desiderio di firmarsi con uno pseudonimo: si tratta della stessa protagonista, la cui vita viene però sconvolta negli anni della seconda guerra mondiale, quando oltre ai luoghi di origine, agli affetti più cari, ai piaceri dell’adolescenza perderà anche la propria identità, che l’avrebbe etichettata quale ebrea negli anni dell’occupazione tedesca della regione. Nel corso della rocambolesca fuga da Sebastopoli che la condurrà ad attraversare anche Odessa e Jalta, prima di giungere a Bucarest e da lì in Italia, infatti, Ania troverà, insieme ai persecutori, anche gente comune pronta ad accoglierla in giacigli di fortuna e ad affidarle, come nel caso della signora Schura nella cittadina di Bachcisaraj, il documento di identità della nipote, appunto Valentina Korsakina.

Oggi Ania ha ottantotto anni e vive a Milano. Ma gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza trascorsi a Sebastopoli hanno profondamente segnato la sua vita: prima per le condizioni di indigenza subite a causa delle discriminazioni di cui era oggetto la popolazione ebrea negli anni di Stalin, poi per la morte della sorella Riva, per l’allontanamento del fratello Grisha, per la scomparsa del padre nel corso dell’assedio di Sebastopoli da parte dei nazisti, per gli aborti avuti durante la fuga. Ma l’immagine più drammatica è senza dubbio quella dell’addio alla madre, posta significativamente intorno alla metà dell’autobiografia. In attesa del treno che le porterà nei campi di concentramento tedeschi, Ania intuisce il pericolo e riesce a fuggire, ma senza sua madre e il fratellino: «Questo abbandono è il tormento di tutta la mia vita, causa di un dolore che non ha mai avuto pace. È ciò che mi rimprovero costantemente. Tutti i giorni parlo con mia madre e spero d’incontrarla quando morirò. Se questo fosse possibile sarei pronta a morire domani».

Stefano Savella

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