“Inter-city” di Lucia Sallustio

Dal «carro vuoto sul binario morto» di Clemente Rebora al Congedo del viaggiatore cerimonioso di Giorgio Caproni, i treni e le stazioni hanno rappresentato, nel Novecento e non solo, fonte suprema di ispirazione poetica. Oggigiorno, malgrado l’ammoderamento di alcune linee, del parco mezzi e delle principali stazioni ferroviarie, il viaggio in treno ha conservato pressoché intatte le caratteristiche di sempre: l’incrocio fortunoso di vite e percorsi imprevedibili, l’osservazione del paesaggio e delle opere antropiche non sempre in armonia tra di loro, le attese, i ritardi, le folle. Tutto ciò rende i treni luoghi assai stimolanti per la produzione di poesia: il viaggio, in questi casi, non è mai soltanto il trasferimento da un luogo a un altro o il modo per condividere storie con perfetti sconosciuti, bensì si connota normalmente come percorso di approfondimento interiore, di sublimazione delle proprie sofferenze, in certi casi addirittura come terapia nei confronti di una routine che soffoca le imprevedibilità della vita.

E chi l’ha detto che per cogliere l’occasione dell’ispirazione poetica in treno sia necessario fare viaggi lunghi ed estenuanti? Lucia Sallustio vive a Molfetta ed è una Dirigente scolastica pendolare. I suoi racconti e le sue poesie sono apparsi in diverse raccolte e su alcune riviste, e nel 2011 ha pubblicato il romanzo breve La fidanzata di Joe. E nella sua ultima silloge poetica, Inter-city, uscita poche settimane fa per Wip Edizioni (pp. 96, euro 10), offre un saggio delle opportunità che il treno e le stazioni rendono possibili per scrutare a fondo non soltanto aspetti altrimenti invisibili della vita reale, ma anche le sfumature del proprio animo, i frammenti di solitudine e incomunicabilità che si sedimentano lungo impegnative giornate di lavoro e di vita familiare: «il dondolio della carrozza lenta», d’altra parte, come scrive in uno degli haiku di questa raccolta, «porta consiglio».

Lo scrive anche Gianni Antonio Palumbo nella introduzione alla silloge: «Il viaggio metaforico […] è anche “nostalgia”, è fluire dei ricordi, foriero di un senso lacerante di assenza, che induce a interrogarsi sulle radici dell’esistere»; un senso di «assenza» apparentemente introvabile in un contesto caratterizzato proprio dalla presenza di «gente meccanica», che diventa frequentemente «fiumana», «ondata», «massa di studenti». A coloro con cui l’autrice incrocia il sentiero (o, più prosaicamente, con cui incrocia le gambe sui treni più affollati) vengono riservati versi che spaziano dalla profonda sensibilità (come nel caso del giovane afgano diretto in Svezia) al giudizio tranciante («Mai sarà l’uomo pago / di lanciare al mondo / contumelie», eco di tante lamentose conversazioni certamente ascoltate durante i viaggi). Ma nei versi di Lucia Sallustio non ci sono soltanto la foschia o la nebbia del mattino in stazione, né solo i «grigi cementifici spenti» che «costeggiano la ferrovia» o «immagini in corsa / sempre più veloci / di mondi separati / in solitari sistemi»: in alcune liriche infatti si ritrovano attimi di stasi, e nell’ultima sezione in particolare gli scenari sono quelli del riposo estivo. Ma al Rientro, non casualmente titolo della poesia conclusiva, restano solo «immagini mescolate / come un mazzo di carte / dal sobbalzare del treno»; e il ritmo frenetico delle stazioni torna a essere vissuto quotidianamente, sulle banchine tornano a rivedersi «occhi avidi di rintracciare / la parte di sé che vive altrove», e in mezzo a questi sguardi cercati, alle folle scomposte, ai treni in sosta, insomma a «questo andirivieni generale, / io sono ancora qua».

Stefano Savella

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