“La ferocia” di Nicola Lagioia

La ferocia (Einaudi, euro 19,50), ultimo romanzo di Nicola Lagioia, sta ottenendo un apprezzamento unanime dalla critica ed è andato in ristampa a una sola settimana dalla pubblicazione. Certo, Lagioia è uno degli scrittori italiani migliori tra quelli della sua generazione e la lunga attesa tra un’opera e l’altra genera aspettativa. Eppure, considerando la mole del testo – oltre 400 pagine – e gli elementi di novità, il successo non era affatto prevedibile.

Innanzitutto, la straordinaria capacità di analisi della contemporaneità di Lagioia non trova più espressione, nella Ferocia, in lucide digressioni – come nel pregevole Riportando tutto a casa –, ma non viene del tutto elusa, per lo più è sottesa alla narrazione; l’autore ha preferito azzerare quelle che potevano essere percepite come divagazioni per concentrarsi (oltre che sulla trama) sulla struttura e sullo stile: sorvegliatissima la tripartizione della prima, con calcolate ripetizioni e sovrapposizioni, teso e polifonico il secondo (tuttavia con qualche giro di frase un po’ compiaciuto).

Non vi è nemmeno traccia dello sperimentalismo degli esordi, ma viene portata a compimento la tendenza al recupero della norma già intrapresa nel precedente romanzo, con qualche soluzione inedita, come la presenza animale, costante e silenziosa in queste pagine (in cui si realizza un’intuizione già presente in Fine della violenza): insetti gatti roditori volatili percorrono le proprie esistenze parallele alla nostra, subendone talvolta le interferenze. La ferocia fondamentalmente è, infatti, una storia di torbidi legami famigliari e di spregiudicata imprenditoria, in cui finiscono per emergere quei lati oscuri che ci rendono ferini; ed è per sottolineare la deliberata aggressività degli uomini che Lagioia ci inserisce in un universo allargato, rappresenta il reale senza limitarsi all’immediatamente percepibile, alla prospettiva antropocentrica. L’autore stesso, durante una presentazione, ha affermato che «la ferocia è il ritorno dello stato di natura nel momento in cui crediamo di essercene emancipati e viene acutizzata dalla crisi economica; è la rottura di un patto sociale».

La famiglia intorno alla quale tutto ruota è quella dei Salvemini, il cui capostipite, Vittorio, ha fatto fortuna come imprenditore edile, grazie alla sua abilità nell’imporsi e nell’abbattere ogni ostacolo ricorrendo a qualsiasi mezzo a disposizione, legale e non. Ma i veri protagonisti, insieme a lui, sono due dei suoi quattro figli: Clara, ragazza di straordinaria bellezza, ma incapace di scindere la conoscenza degli altri dalla rinuncia a se stessa – la sua morte darà abbrivio alla narrazione –, e Michele, presenza scostante e all’apparenza fragile, che sarà però l’unico a non accettare la versione ufficiale dei fatti, secondo la quale sua sorella si sarebbe suicidata. Tutte le altre figure scorrono sullo sfondo, un po’ rigide nel proprio ottuso egocentrismo (quello di Gioia, la più giovane dei Salvemini, rasenta l’idiozia) o nel ruolo che si sono trovate a occupare (come i due lacchè di Vittorio), e danno l’idea di un’umanità sempre più inerte dinanzi alla propria rovina e a quella della propria terra: la vicenda, del resto, è ambientata in una Puglia ostaggio della criminalità organizzata (anche se si fa solo qualche cenno alla gestione dei rifiuti tossici) e dei palazzinari a cui tutto è consentito in nome di un presunto sviluppo e della vocazione turistica della regione.

Insomma, leggere La ferocia – come del resto qualunque cosa abbia scritto il suo autore – non è tempo perso: è un buon romanzo a dispetto di qualche leziosità nella scrittura o di alcuni personaggi troppo immersi nel proprio ruolo. Ma credo, questo sì, che da Nicola Lagioia sia legittimo aspettarsi ancora di più.

Giovanni Turi

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