“Nerocavo” di Stefano Donno

Tra misticismo e attesa, tra esoterismo e poesia, tra spiritualità e abisso. Nerocavo, l’ultima raccolta di versi di Stefano Donno (Lupo Editore, pp. 80, euro 12), oscilla tra questi e altri elementi, riuscendo tuttavia a mantenere uno stile omogeneo, senza spigolosità, e mosso anzi da una musicalità che non raggiunge i suoi apici tanto nelle allitterazioni, nella conformità di suoni, quanto nell’unione di termini apparentemente assai diversi nella loro morfologia, in realtà uniti da un filo invisibile a un livello più alto, che prende in considerazione la loro composizione non meno che il loro significato. Potrebbe apparire un controsenso, ma non è così: l’«appassire incerto dell’altezza», con cui si chiude la lirica VI, mostra attraverso le parole un’ascensione anche spirituale; «fittizio desiderio d’incanto» (altra chiusa, stavolta nella lirica IX) replica lo stesso movimento, un movimento – appunto – musicale ma anche linguistico, se si associa al primo termine un livello terreno, al secondo un livello intermedio rivolto verso l’alto, al terzo il punto più elevato.

Altra peculiarità stilistica dei versi di Donno sono i numerosi chiasmi: «nebbia silente o muto splendore», «sospiri negati o tenui tormenti», «bisbigli disperati e piccoli scempi»: anche qui, come si vede nella posizione dei sostantivi, si passa da un livello quasi onomatopeicamente terreno a un altro che, nella sua carica positiva o negativa, esprime in ogni caso un’ascesa, quasi un’accelerazione cardiaca. Ma il mutamento di livello dura spesso lo spazio di un verso e non rende le poesie di Donno simili a montagne russe. Tutt’altro: se c’è una cifra, un elemento ricorrente, questo è l’attesa, il permanere in equilibrio tra le meschinità del mondo e le vette di un misticismo che si rifà, dichiaratamente, programmaticamente, alla figura di Georges Ivanovič Gurdjieff.

Gran parte della raccolta di versi di Donno richiama questo equilibrio. L’assenza totale di punteggiatura rende talvolta il passaggio da un livello all’altro soffuso, indeterminato, sfuggente: «Trascorro giornate intere ad ascoltare / il ferro rugginoso che stride / m’ammalia […] / la santità del mandorlo che fiorisce chissà dove». L’equilibrio è altrove mostrato quasi in maniera plastica: «Il mio canto trasfigura in mistica geometria / incertezze e tentennamenti / […] / si accontenta quasi sempre per sottrazione / di brevissimi stalli pur di mantenere la rotta». Ma, come scrive Alessandra Peluso nell’Introduzione, Nerocavo è «un impervio pellegrinaggio prima di raggiungere la stabilità, la consapevolezza di sé»: impervio perché sfiora l’abisso, «Quel nero senza fine e ancora nero / che sprofonda e scurisce il cuore», come si legge nella lirica XXX. Un nero che appare anche nei dipinti di Paola Scialpi che chiudono il volume, a occultare connotati, lasciando ora la bocca, ora gli occhi, ora il seno per proferire parola, osservare il mondo, alimentare una vita.

Stefano Savella