“La colpa del coltello” di Giacomo Annibaldis

In un collegio religioso nei pressi di Bari, negli anni del secondo dopoguerra, un gruppo di ragazzini, perlopiù orfani di almeno un genitore, condivide i momenti di studio, di svago, di riposo. Si tratta però di un gruppo eterogeneo: c’è Oscar, che ha ancora entrambi i genitori; c’è il nuovo arrivato Sandro, chiuso in sé stesso e estraneo ai giochi “da piccoli” del resto dei ragazzi; c’è Mimmo Milella, detto “tondo-tondo”; e poi c’è Fino, la voce narrante, che tutto osserva e racconta. La vita in collegio scorre apparentemente senza scossoni. Sono i saltuari ritorni in famiglia (a Natale, a Pasqua e a fine della scuola), le fughe estemporanee di alcuni ragazzi, le imperdibili visioni cinematografiche e i primi turbamenti erotici a dare l’opportunità a Fino di ricordare quei giorni, quel gruppo e le dinamiche che lo attraversavano.

Di questa storia parla La colpa del coltello, di Giacomo Annibaldis (Edizioni Di Pagina, pp. 120, euro 14, qui il booktrailer), autore di altri due romanzi, Codici e Casa popolare vista mare, oltre ad essere stato redattore di «Belfagor» e delle pagine culturali della «Gazzetta del Mezzogiorno». La colpa del coltello, quello che nelle pagine iniziali per gioco taglia la coda di una lucertola, è un romanzo corale, nel quale alcune figure emergono tuttavia più di altre. Quella di Sandro Macrì su tutte: «Grande e robusto com’era, non temette l’aggressione dei più forti; indifferente alle nostre piccole beghe, non disturbò i rapporti tra noi. E non fu disturbato. Era venuto da lontano, e continuò a essere per noi uno straniero». Egli dimostra più volte di essere diverso dagli altri: ad esempio quando viene sorpreso, da solo, a “cercare la sua stella”: «Ognuno di noi ha la sua. Ed è più o meno brillante, secondo la fortuna che si ha nella vita. E alla fine muore con lui». Non a caso sarà Sandro l’unico appartenente del gruppo a scegliere e trovare una strada del tutto diversa, lontana dal collegio.

Alcune tra le pagine più riuscite del romanzo appartengono però alla relazione dei ragazzi con le pellicole cinematografiche proiettate settimanalmente in collegio. Si tratta di visioni che i ragazzi assimilano quasi fisicamente, e che li affascinano a tal punto da memorizzarne a lungo le scene più importanti. Annibaldis in queste pagine rappresenta bene, e a tratti quasi poeticamente, lo stato d’animo che poteva appartenere a ragazzini reali di quell’età e in quel contesto sociale e storico: «Tutti insieme, nell’alveo del buio, ad assorbire le stesse lattee visioni e sortilegi. Le immagini schizzavano fuori sfrigolando da quell’unico pertugio, vagavano e vorticavano in frammentini di luce nel pallido cono e si acquattavano sul muro con le loro ventose, come un miraggio dapprima vacillante, vago, sfasato, poi sempre più definito e nitido».

Stefano Savella