“Mare di zucchero” di Mario Desiati

Ervin e Luca hanno dodici anni, e apparentemente nulla in comune. Nulla tranne il mare che li separa. Il primo vive a Durazzo, e la mattina del 7 agosto 1991 è al mare con i suoi amici. Quella stessa mattina Luca è con i genitori nella casa estiva di Torre Canne, vicino Cisternino: al mare però ci resta poco, complici le eccessive raccomandazioni di sua madre. Ervin, invece, dall’altra parte dell’Adriatico, quel mare decide di attraversarlo, dopo essersi trovato coinvolto nel fiume umano che assalta la Vlora, un mercantile arrivato in Albania pieno di zucchero. Con lui c’è soltanto l’amico Roland, non sa nulla invece il padre, poliziotto: confida proprio in questo Ervin, immaginando di essere accolto in Italia dai colleghi di suo padre. Ervin e Luca quella mattina del 7 agosto 1991 non sanno che di lì a poche ore le loro vite saranno destinate, imprevedibilmente, a incrociarsi.

Lo sbarco della Vlora a Bari è stato già oggetto di produzioni letterarie e cinematografiche in passato (su tutte, si ricorda il documentario La nave dolce di Daniele Vicari). Anche Mario Desiati ne aveva già scritto, in altre occasioni. Con Mare di zucchero (Mondadori, pp. 190, euro 15), però, lo scrittore martinese propone quella storia a un pubblico prevalentemente di ragazzi, che nei due protagonisti possono facilmente immedesimarsi e comprendere così con un linguaggio semplice un evento che ha cambiato per sempre la storia della Puglia e di Bari in particolare. Nel romanzo di Desiati è facile far tornare alla mente le immagini di quelle ore immortalate nelle dirette televisive no-stop. Rivedere quelle immagini a distanza di anni le rende automaticamente documenti storici di valore straordinario. Ma poter raccontare di averle viste in diretta, sugli schermi di Tele Norba o di altre tv locali, è ben altra cosa. E proprio davanti alla tv, da Torre Canne, Luca resta incantato a osservare quegli uomini, quelle donne, quei ragazzini che vengono dal mare, come narra la leggenda delle spoglie di San Teodoro.

Approdata a Bari, dopo la chiusura del porto di Brindisi, la Vlora si svuota e i suoi componenti cercano disperatamente acqua e cibo sulla banchina. La lotta per un panino o un po’ d’acqua è dura, e anche Ervin deve rinunciarvi una prima volta. Poi, però, «dall’alto piove un altro panino: Ervin lo vede, lo agguanta, e non perde tempo, questa volta. Scappa verso il mare per evitare gli attacchi e la ressa. […] Si lancia nello stagno putrido del molo, non si preoccupa di bagnare il cibo». Poi il trasferimento sugli autobus di linea, stipati fino all’inverosimile, verso lo Stadio delle Vittorie. Lì dentro già si consuma la separazione tra migliaia di migranti albanesi lasciati a loro stessi e le forze dell’ordine che li chiudono all’interno. Luca arriva lì con il padre, deciso a dare una mano nella distribuzione dei viveri. Ma dopo aver incrociato lo sguardo di Ervin, Luca avverte un istinto insopprimibile: «Luca corre da lui. Non può resistere, ha bisogno di lui, ha bisogno di salvarlo, di salvarsi». Quella che ne segue, nella terza e ultima parte del libro, è una storia fatta di gesti accennati, poche parole e poco comprese, giochi improvvisati, paure: ma è soprattutto la storia di un’amicizia senza confini, perché «I colpi di fulmine non esistono soltanto in amore. Spesso avvengono in zone sconosciute dell’anima e provocano sentimenti che non hanno un nome».