“Otto minuti” di Raffaele Costantini

Aster è un ragazzo di undici anni che ha il destino scritto nel nome. Fin dal giorno e dall’ora della sua venuta al mondo, sembra avere infatti qualcosa in comune con quelle che vengono definite “coincidenze astrali”: nascere il 31 dicembre 1999, alle 23,59, quando tutto il mondo è con il fiato sospeso per il Millennium Bug, non è certo un’esperienza comune. In assenza del padre, si trasferisce insieme a sua madre a Lupabella, un borgo dove il tempo sembra essersi fermato. Come una stella, Aster brilla di luce propria e si distingue fin da subito dai suoi coetanei: in estate, ad esempio, va ad aiutare il vecchio falegname del paese, Lucio, dove impara assai più che i segreti del mestiere. Ma poi riprende la scuola e un nuovo personaggio si affaccia sulla sua vita, la professoressa Telèsia, detta Titù. Il borgo con i suoi abitanti, compresi quelli un po’ fuori dalle righe, sembrano condurre una vita tranquilla: finché non appare in cielo un oggetto misterioso a forma di tubero, che darà viva rappresentazione alle ataviche paure della popolazione sulla fine del mondo.

Il romanzo d’esordio di Raffaele Costantini, nato a San Pietro Vernotico nel 1974 e già autore e regista teatrale con la commedia Tutto in ventiquattrore, si intitola Otto minuti (Lupo Editore, pp. 112, euro 12) e oscilla costantemente tra accenni al mondo reale e ampie divagazioni in un contesto fantastico che ruota attorno alla figura del piccolo Aster e agli abitanti di Lupabella, dai tratti stravaganti, che sembrano talvolta uscire da una storia a fumetti. Sopra le teste dei personaggi e sopra il territorio del borgo, si agita però un continuo e macabro spettro, quello della Fine, prevista, immaginata, presentita fino a quando sembra davvero palesarsi, sotto gli occhi di tutti. Da Furio il macellaio a Gianni il Grasso, dalla signora Marisa a Gigi lo Scemo, ognuno dei personaggi vagheggia una sua teoria sulla Fine, dall’arrivo degli alieni alla seconda venuta di Cristo.

Anche nelle scene del romanzo che apparentemente sembrano poter fare a meno del pensiero della Fine, si rivela esserci la sua ombra lunga. È il caso del primo giorno di Aster nella scuola media, la «scuola dei grandi». Qui avviene il suo primo incontro con Titù, professoressa di educazione artistica: «I batticuori passati, quelli delle elementari, furono spazzati via in un colpo solo dall’apparizione di Titù, con un vestito che di settembrino non aveva nulla. Un prato fiorito dal quale si spandevano un profumo di felicità e una forte energia benefica che investivano tutto il creato, rendendolo migliore. […] La fine del mondo poteva aspettare. Pensò Aster». Titù sarà protagonista anche dell’episodio che dà il titolo al romanzo: gli otto minuti di strada nei quali la docente accompagna a casa il giovane allievo colpito da un pugno, e che rimarranno scolpiti nella memoria di Aster «fino a cento e poi cento altri anni». Forse una profezia?

Stefano Savella