“Dicono che domani ci sarà la guerra” di Franco Arba

La lettura del romanzo di Franco Arba, Dicono che domani ci sarà la guerra, pubblicato da LiberAria (pp. 256, euro 15), può essere affiancata a una canzone e a una immagine, perché i suoi tratti più caratterizzanti ne vengano esaltati. La canzone è quella omonima di Sergio Endrigo. L’immagine è quella che si allunga per tutta la copertina, alette comprese: l’illustrazione di Vincenza Peschechera, firma di tutte le copertine LiberAria.

Al centro del libro, della canzone, dell’illustrazione (fortemente simbolica, di una tradizione di disegnatori evocativi che impreziosiscono l’oggetto libro, come oggetto pieno di significato), c’è una donna, che non è solo e necessariamente la donna amata. È una figura dalle fattezze femminili, con delle curve tenere e un atteggiamento indifeso. Rappresenta tutto ciò che il soldato è costretto ad abbandonare per partire in guerra: la donna che ama, la madre, l’infanzia, o la terra. E l’abbandono, si sa, è capace di sollevare tutte le domande su di sé che non si è mai stati in grado di porsi.

Questo romanzo, di domande, ne tira fuori tante. Il protagonista Enrico è un pastore sardo: parte per il fronte chiedendosi innanzitutto cosa possa significare per lui la guerra. Siamo all’inizio di un conflitto – la Grande guerra – di cui i soldati stessi non conoscevano le ragioni; per gente analfabeta e della periferia d’Italia la guerra è annunciata solo da voci (il “dicono” del titolo), così come solo per “voci” si svolge, per ordini e divieti e promesse dei propri comandanti. Per molti del resto, come per Enrico, andare a combattere è il motivo per allontanarsi per la prima volta da casa, scoprire com’è il mondo fuori, riconoscersi in un obiettivo comune. C’è la vita distruttiva in trincea e ci sono i combattimenti feroci, ma ci sono anche il cognac e la cioccolata, le amicizie salde con gli altri soldati e la speranza del ritorno, quegli aspetti positivi di una guerra che è bella anche se fa male: “In trincea non conobbi mai la bellezza della guerra: la incontrai solo al ritorno, con una ragazza ad aspettarmi, con amici sinceri intorno e una casa per il futuro”.

Il ritorno però non può mai dirsi completamente compiuto. “La guerra non è mai finita”, riconosce lo stesso protagonista. Resta nelle ossa, perché ti ha cambiato, e ha modificato il tuo stesso sguardo sul mondo, ora straniato. Se Enrico prova a costruirsi finalmente la propria quotidianità, cercando una casa dove poter vivere con Paska, la donna che aveva lasciato e a cui aveva scritto milioni di lettere d’amore, il suo futuro sembra però inceppato. La guerra gli ha lasciato l’amaro in bocca (la ricompensa che avevano promesso a tutti non è mai arrivata), ma soprattutto gli ha instillato un’inquietudine che non lo abbandona. Insegue idee politiche che si identificano in quelle del movimento dei combattenti sardi; insegue speranze di arricchimento personale nell’impresa di Fiume. Ma soprattutto deve fare i conti con la violenza codarda del fascismo, che mette definitivamente in discussione gli ideali di eroismo e fratellanza, e quel senso del dovere che è riuscito a costruirsi in trincea.

La narrazione attraversa tutte le fasi salienti che vanno dalla Prima guerra mondiale al secondo dopoguerra dal punto di vista di un soldato semplice, con una scrittura piana che forse a volte allenta eccessivamente la tensione, ma che riesce a toccare le corde più profonde dell’incertezza e delle delusioni di quegli anni. Enrico è un disadattato, perché vittima di una guerra che l’ha all’inizio confuso, poi l’ha fatto crescere, e infine l’ha abbandonato a una realtà, quella quotidiana di chi è rimasto, che è andata avanti senza di lui. E se si sente appartenere a una donna, a una terra, a un futuro anche, sono proprio la donna, la terra e il futuro a voltargli le spalle.

Nel racconto scandito dall’indicazione degli anni, è lo stesso Enrico che parla, che appunta su un quaderno quello che gli succede. La struttura del romanzo è ben congeniata in questo aspetto: chi vive racconta, e affida la propria storia alla memoria. Suo figlio la raccoglie, riconoscendo a quest’uomo sconfitto dalla guerra, ma dalla vita stessa, un ultimo riscatto. Riscatto anche rispetto alla canzone di Sergio Endrigo, che con malinconia cantava “E chi scriverà la storia / non parlerà di noi”.

Franco Arba compie un lavoro fine e importante; accende un altro lumino, grazie al potere della letteratura, per scrivere non tanto di un uomo che forse non è mai esistito, ma soprattutto di passioni, delusioni cocenti, e ideali reali di tanti uomini che la storia l’hanno fatta, provando a costruirsi un posto migliore in cui vivere: “In guerra ho imparato che un uomo deve sempre lottare per costruire la propria felicità e difendere la propria libertà. Tu hai pensato che la mia fosse sempre e solo lotta politica. Era anche quello ma era soprattutto il desiderio di realizzare un futuro migliore”.

Antonella Squicciarini