“Streghe ignifughe” di Paolo Castronuovo

A Paese Y, una qualsiasi città del mondo che abbia un Quartiere Multietnico, vive un gruppo di persone che incrocia per periodi diversi di tempo le proprie vite: c’è Paolo, affermato regista; c’è Teo, scrittore, il cui appartamento diventa crocevia per tutti gli altri protagonisti della storia; c’è Alex, la sua compagna; c’è Cindy, una prostituta, e c’è F.J., un investigatore con l’hobby della musica e della scrittura. Ma le loro vite, si capisce ben presto, sono tutt’altro che consuetudinarie. Il primo degli atti per lo più inconsulti a scatenare una catena di violenze è l’accoltellamento di Teo ad opera di Cindy; dopo la sua uscita dall’ospedale, Teo serve a cena, è il caso di dire, il piatto della vendetta, con le carni del gatto Malefico, inseparabile compagnia della prostituta nonché ex coinquilina. Anche F.J. non si fa mancare nulla: la sua vita di coppia non promette bene, e il suo lavoro da detective consulente della polizia gli offre una straordinaria copertura con la quale camuffare i suoi efferati omicidi.

Tra noir e pulp, Paolo Castronovo racconta le vicende di questi uomini e donne nel suo ultimo romanzo, Streghe ignifughe (Lupo Editore, pp. 156, euro 14). L’autore vive in Puglia e ha già pubblicato poesie e racconti in antologie e in rete. Il rapporto con la scrittura poetica, in particolare, appare visibile già dalle prime righe del romanzo, nelle quali è più marcato il tentativo di raccontare una storia utilizzando una prosa poetica; man mano che l’intreccio si costruisce, tuttavia, la narrazione in senso stretto prende il sopravvento, pur senza perdere la vena ironica e un certo orgoglio nel non prendersi, in fondo, troppo sul serio. La giovane agente Diana Schelli, ad esempio, è chiamata a entrare in un appartamento dal quale fuoriesce uno strano liquido rosa: l’incipit del capitolo, però, più che la tensione del momento, si concentra su un altro aspetto: «Dopo aver messo i nastri segnaletici biancorossi attorno all’abitazione ho usato la radiografia del cranio di mia cugina Marcella – che risale a un decennio fa se non ricordo male – per aprire la porta blindata d’ingresso».

Ognuno dei personaggi del romanzo si racconta in prima persona, il che impone un costante mutamento di prospettiva per il lettore, che deve però anche approcciarsi a una prosa fuori dagli schemi, nella quale le vicende si confondono talvolta fino a far dimenticare l’intreccio narrativo. Come nell’inserto, ironicamente esoterico, della villa in cui F.J. diventa Azrael e al suo cospetto «si tenevano delle cene, delle orge, dei riti propiziatori e varie oscenità». Un quadro cupo che si rispecchia in una delle poche descrizioni della società di Paese Y presenti nel romanzo: «I palazzi crollavano a pezzi come mangiucchiati ai bordi da Godzilla. Anche le strade, crepate nel mezzo del grigio asfalto esploso, tombini saltati con su scritto Paese Y. C’era un divario economico e sociale di altri tempi. […] Siamo troppi, siamo incazzati, siamo incapaci di contenerci, un tutto contro tutti: l’Anarchia».