“Al paese di Utopia” di Tommaso Fiore

Com’era Mosca negli anni Cinquanta del Novecento? Quali impressioni avrebbe potuto offrire un viaggio nel cuore dell’allora Unione Sovietica, a pochi mesi dall’invio dei carri armati in Ungheria? Quanti e quali aspetti della vita quotidiana della popolazione sarebbe stato possibile cogliere? Le risposte a queste domande si possono ritrovare in un vero e proprio diario di viaggio pubblicato nel 1958 da uno dei principali intellettuali pugliesi del ventesimo secolo, Tommaso Fiore, e riproposto ora in una nuova edizione dalla Stilo Editrice a cura di Marco Caratozzolo, che insegna Lingua e letteratura russa alla facoltà di Lingue dell’Università di Bari.

Al paese di utopia (pp. 316 con appendice fotografica, euro 18) risale agli anni in cui Fiore, da sempre attento osservatore della cultura e della produzione letteraria russa, era entrato a far parte del comitato nazionale dell’Associazione Italia-Urss, principale punto d’incontro tra mondo intellettuale e politico dei due paesi ma anche transito pressoché obbligato per chiunque volesse compiere un viaggio in Unione Sovietica. Dopo aver richiesto di poter affrontare il viaggio in estate e dopo un primo rifiuto, nel 1955, causato da un precedente ritiro del passaporto, Fiore accetta alla fine di partire, con un breve preavviso, nel luglio del 1957, dunque soltanto un anno dopo il XX Congresso del Pcus che aveva sancito la svolta di Chruščev sui crimini staliniani. Ma anche a breve distanza di tempo dalla soppressione della rivoluzione ungherese del 1956, che aveva aperto un ampio dibattito tra iscritti e simpatizzanti del partito comunista in Italia.

Il risultato di questo viaggio è un lungo reportage, che si inserisce peraltro tra I corvi scherzano a Varsavia sul suo viaggio del 1953 in Polonia e Sull’altra sponda, del 1960, sull’Albania. Fiore parte per quello che lui stesso definisce, fin dal titolo, il «paese dell’Utopia»; e al termine del viaggio, come scrive Daniele Maria Pegorari nel suo saggio introduttivo, «l’autore non esita a confermare la sensazione che quella sovietica sia la società che più si è avvicinata all’utopia, pur dovendo pagare quei costi che sono inevitabili, quando si affida la realizzazione dell’armonia sociale a un potere illuminato che, per rimanere incontaminato, rischia di trasformarsi in tirannide». L’intellettuale pugliese è del resto ben consapevole delle criticità presenti nella società sovietica, e ne fa ripetutamente cenno con i suoi interlocutori, e in particolare nel corso di un incontro con lo scrittore Il’ja Erenburg, «anche se – scrive Caratozzolo nella sua introduzione su Tommaso Fiore e il mondo russo – la prudenza dell’interlocutore e la sua capacità di schivare con la retorica gli strali dell’ospite italiano, indussero quest’ultimo a concludere che da tale conversazione “avevo forse ottenuto il massimo che si possa”».

Ma sono gli aspetti della vita quotidiana quelli che colpiscono forse più di altri la curiosità del lettore odierno. A partire dagli spazi sterminati delle strade di Mosca e della sua espansione urbanistica («Mosca è la città delle gru, con qualsiasi tempo, col sole o con la nebbia, si fabbrica, si fabbrica, si fabbrica»), dalla consistente presenza di donne nelle biblioteche (evidentemente una sorpresa nel confronto con l’Italia meridionale di quegli anni), al rapporto personale con le testimonianze della tradizione religiosa del paese («Non so passare davanti alle icone come a figure stereotipate dell’antichità; certe madonne, coi grandi occhi seri, le ciglia alte e il capo eretto alla maniera bizantina, ma nel cui viso pulsa un sangue caldo, che sa di Rinascimento, mi tengono lì a lungo, pensoso e non so come triste, dimentico di me stesso e del luogo»).

Stefano Savella