“Amor ch’a nullo amato” di Fabio Baccelliere

«Amor ch’a nullo amato amar perdona» è uno dei versi più famosi, o forse il più famoso, dell’intera impalcatura in terzine della Commedia dantesca. Nel nostro caso, il verso a metà, Amor ch’a nullo amato, campeggia come titolo del primo romanzo di Fabio Baccelliere, edito dal Grillo Editore (pp. 184, euro 13). Il taglio del verso, privato della sua parte conclusiva ed esplicativa («amar perdona»), sta a indicare una mancanza: è il segno tangibile del conflitto interiore del protagonista, Fabio, che sostiene l’intera storia.

Più che una storia, si tratta di un ‘percorso sentimentale’. Fabio è un professore di italiano in un liceo romano, e come tutti i professori un po’ disincantati, in fondo innamorato della letteratura che insegna, ma in superficie consapevole della sua ingannevole utilità. L’uomo maturo e cinico è circondato da donne tutte molto delicate, ognuna con il proprio nome-senhal. L’ex fidanzata Francesca, quella che ha acceso l’amore del prof e poi l’ha abbandonato; la professoressa di inglese, Laura, con una bellezza da toccare e la promessa di una nuova passione; le due studentesse, Elena che piace a tutti gli uomini, e Beatrice, scialba, ma che dell’amore ha già capito tutto.

Il citazionismo non fa parte solo dell’onomastica di questo libro. Riferimenti testuali o più in generale concettuali si ritrovano quasi in ogni parte del romanzo: ma non accampati in modo gratuito. L’intertestualità diventa cifra del racconto, a partire soprattutto da quella dantesca, che è parte della struttura fondante. Il V canto dell’Inferno non è semplicemente un pretesto per parlare d’amore, ma rappresenta l’impiantito narrativo per la formazione sentimentale della giovane Beatrice, e insieme a lei dello stesso professore (per il quale sarebbe più appropriato parlare di ri-educazione all’amore).

Il rapporto del professore con i suoi alunni, e più precisamente con l’alunna Beatrice, che vede in lui un vero e proprio mentore, è centrale in questo romanzo. Il prof di italiano ha una ‘missione’, che è anche la sua croce: «Il suo problema, che era anche il suo compito, era quello di dare parole agli studenti, in modo che si potessero difendere dalla volgarità linguistica del mondo contemporaneo». Fabio inizia il suo programma con delle lezioni sulle etimologie. Partendo dal ‘desiderio’, che vuol dire essere lontani dalle stelle, e quindi aspirare a esse, arrivando al ‘cuore’, che deriva dal greco kradie, ramo tremante, Amor ch’a nullo amato viaggia sulle parole. Quella che vi viene raccontata è un’esperienza iniziatica che si fonda sulla scoperta dei significati, e in particolare sulle parole della letteratura. Esse, insomma, penetrano nella vita stessa degli uomini, come quando il prof fissa quello striscione apparso fuori dalla scuola, e pensa «che in un certo senso la letteratura, attraverso uno dei suoi versi più famosi, si fosse d’un tratto materializzata e impadronita di uno dei luoghi in cui veniva insegnata, come per dire: non sono soltanto una combinazione di lettere in un libro, sono reale, entro nella vita di chi mi legge, sono la vita stessa». Le parole sono le cose, diremmo.

Il momento di maggiore forza di tutto il romanzo sta proprio in questa appercezione del professore, disilluso sulla possibilità che gli scrittori possano davvero insegnarci qualcosa sulla vita, dolcemente contraddetto da una delle sue studentesse, che della letteratura si è appena innamorata, e che gli fa ricordare che «quest’ultima era qualcosa di molto vicino alla realtà, che era la realtà più il desiderio, somma algebrica trascendentale superiore ai propri addendi». Si spiega così quel titolo mozzato, l’ «amar perdona» che il prof di italiano non vuole accettare, in un continuo rimpallo tra incanto e disincanto, illusione e disillusione. Ma si assiste in ultima battuta a una genuina, sfrontata accettazione della vita, un atto di fede generoso, meraviglioso, di chi crede (la giovanissima Beatrice, ma anche il prof, ma anche il lettore in fondo) che ad amare si ha soltanto da guadagnare. Sempre.

Alternata a momenti di dissertazioni para-filosofiche (il libro si apre con una Cosmogonia, ed è inframmezzato da un racconto di un certo Alberto Newton, scienziato e osservatore instancabile), la riflessione sentimentale che attraversa tutto il romanzo, che lo compone a dire il vero, rischia di rendere troppo rarefatte le situazioni, e poco stringenti i dialoghi. Più che soffermarsi sulle singole parti, è utile leggere Amor ch’a nullo amato come un progetto di sistematizzazione del mondo, l’umile ma ambizioso tentativo di affermare che «l’Universo è una gigantesca costruzione affettivo-sentimentale», che è «l’amor che move il sole e l’altre stelle».

Antonella Squicciarini