“Canti di terra e di mare” di Mario Pennelli

Il paesaggio pugliese è sempre stato fonte d’ispirazione poetica, dall’età classica ai viaggiatori di passaggio nell’Otto-Novecento. Ai giorni nostri, è apparentemente meno semplice ritrovare le stesse sensazioni dei decenni e dei secoli scorsi, con le spiagge prese d’assalto e le campagne talvolta preda di costruzioni antropiche. Nonostante questo, c’è chi s’impegna a ricercare quegli angoli di territorio dai quali rimettere al centro, in poesia o in prosa, le caratteristiche più profonde di un paesaggio così straordinariamente vario. Vario a partire dai colori, che diventano odori, sapori, dialetti: in una parola, storia.

Questo tentativo di recupero di una Puglia delle origini è evidente fin dal titolo che Mario Pennelli ha affidato ai suoi Canti di terra e di mare (FaL Vision, pp. 128, euro 12) e che sembra guardare a un’epoca lontana, fatta di ritmi lenti, di lavori umili, di luoghi che conservano una distillata purezza. L’autore vi si accosta indagando le crepe del terreno, quelle dei volti scavati dal sole e dal sale, quelle della storia. E dividendo in due, quasi si trattasse, appunto, di una lunga crepa nel terreno, la stessa struttura del volume: una prima dedicata alla campagna, al lavoro contadino, ai prodotti della terra; una seconda rivolta al mare, alle reti dei pescatori, ai gabbiani che si disperdono all’orizzonte.

A introdurre entrambe le sezioni del libro due racconti, uno per parte. Nel primo si racconta di Pino Paglia detto Parapiglia, brigante che mette a soqquadro le campagne del Mezzogiorno negli anni seguenti all’Unità, in mezzo a fughe rocambolesche e tradimenti degli uomini a lui più vicini. Nel secondo, il vecchio Argo, pescatore di lungo corso, dà prova delle sue capacità in un esame richiesto per il conseguimento di una licenza resa obbligatoria, dopo che il mare è stato ceduto in concessione a un gruppo di multinazionali del commercio di pesce. La Storia, dunque, è in entrambi i racconti il filo rosso che collega terra e mare, passato e futuro. Nei versi che completano le due sezioni, a unirsi sono perlopiù gli uomini e il paesaggio, i loro luoghi di vita, da Bari a Porto Cesareo, e i luoghi di sogno, da Gragnaio a San Giorgio a Picco. Ma pur sempre Puglia: «terra di tufo e polvere rossa […] mangiata viva dalle mareggiate salate e dal vento infuocato d’Africa […] contorta e surreale come un ulivo».