“Gli indolenti” di A. Viola, N. Manuppelli, C. Marinaccio, P. Braschi

Personaggi molto diversi tra loro: una donna che coltiva una relazione extraconiugale, uno psicologo parigino della prima metà del Novecento, l’adolescente Alan Zed in rotta verso la Nuova Zelanda a bordo di un piroscafo, e altri ancora. Diversi come lo sono i luoghi: un campo di rugby nel quartiere tarantino dei Tamburi, un piccolo appartamento abitato da un uomo single, una vigna di Santa Cruz, in Cile. Per non parlare dei contesti: un’umanità in via di estinzione (quasi totale) in un recente futuro, una studentessa all’ultimo giorno di scuola, un gruppo di giovani uomini che si dedica al rugby nelle domeniche d’inverno.

Personaggi, luoghi, contesti di ogni risma. Eppure tutti, o quasi, con una caratteristica principale che li contraddistingue: l’indolenza, una certa insensibilità di fronte alle situazioni che si trovano ad affrontare, o un lasciarsi trasportare dagli eventi senza immaginare quale sarà il loro esito. Sono questi i protagonisti degli otto racconti de Gli indolenti (Cicorivolta edizioni, pp. 146, euro 10), raccolta scritta a otto mani da Alessio Viola, Pasquale Braschi, Nicola Manuppelli e Claudio Marinaccio (i primi due pugliesi), con un’illustrazione di copertina di Christian Della Vedova, collaboratore di riviste e quotidiani nazionali e internazionali. E una prefazione di Luca Dresda, che ai quattro autori attribuisce una «resistenza passiva» «foriera di un ritorno alla purezza del racconto e al valore alto della creatività al di là di ogni adesione ai canoni, cortili letterari o dittature di presunti lettori».

Già dal racconto di apertura della raccolta, Il profumo fradicio dei Tamburi di Alessio Viola, si comprende come l’indolenza superi i confini del corpo e dell’animo umano, e si trasmetta ai luoghi (un mefistofelico scalcagnato campo di rugby di Taranto degli anni Ottanta, con il «moloch del siderurgico» che «ritagliava l’orizzonte da un’acca all’altra, senza soluzione di continuità»). Indolente il quartiere, indolente il fumo – e i fumi – inspirato e espirato dai giovani di quella periferia, tutt’altro che indolenti invece i tarantini che per il piacere di contrastarsi avevano fondato due diverse società di rugby, in un panorama assai diverso da quello diventato mainstream del 6 nazioni.

Un’indolenza di natura prettamente umana è invece quella che cattura i protagonisti di altri racconti. In quello di Manuppelli, Una storia di conchiglie, la quarantenne Sara si lascia guidare dall’istinto, senza opporgli resistenza, in una storia di sesso con Paco, sassofonista-barman, di nascosto da suo marito Walter. Indolente è l’intera umanità occidentale che, in uno dei tre racconti di Marinaccio, assiste inerme a suicidi di massa dovuti all’innesto di un nanorobot nei corpi umani e alla straordinaria diffusione di unico diffusissimo social network, FooG. Così come il giovane Alan Zed, in uno dei tre racconti di Braschi, che si lascia invece trasportare, anch’egli a suo modo indolente, dalla lettura di L’Isola di Fuoco di Salgari, immaginando, sognando nei dettagli un viaggio avventuroso in Nuova Zelanda.

Stefano Savella