“La zattera” di Fulvio Colucci

La-zattera

C’è chi è arrivato dall’Albania all’inizio del 1991, anticipando migliaia di connazionali; c’è chi ha cercato fortuna a Roma nel giornalismo, partendo dalla Basilicata più profonda, e poi tornandoci; c’è chi dedica la sua vita al canto e non potrebbe immaginare la sua esistenza senza la propria voce; c’è chi scambia con suo marito la stessa parte del letto, perché gli orari di lavoro non consentono loro di condividerlo per intero; c’è chi dal mondo del calcio ha colto la passione e la forza per lottare su ogni punto, senza mai indietreggiare, sul posto di lavoro e non solo, in attesa di una mano de Dios. Tutti uomini, ma soprattutto donne, del Sud, tutti dipendenti di un call center, pur con contratti diversi, a tempo indeterminato, a progetto o a tutele crescenti: e tutti in attesa di approdare sulla terraferma, la terra promessa (e ancora non mantenuta) di un lavoro sicuro, stabile, non alienante.

Per tutti loro, il call center non rappresenta quella terra promessa; è, semmai, la zattera che serve a raggiungerla. E La zattera è proprio il titolo scelto da Fulvio Colucci per il libro in cui racconta le loro storie (Il grillo editore, pp. 120, euro 12). Ma non attraverso interviste, né con un reportage giornalistico, di cui pure l’autore dà abitualmente prova sulle pagine della «Gazzetta del Mezzogiorno»; bensì con veri e propri racconti, in cui a parlare in prima persona sono gli stessi protagonisti. Navigando ognuno sulla propria postazione-zattera (come nella bella immagine di copertina di Francesco Dezio), essi inviano un messaggio in bottiglia a chi il loro «non-luogo» di lavoro può soltanto immaginarlo dall’altra parte della linea telefonica; ma la cornetta non è una conchiglia, e invece del mare si ascoltano voci di operatori che affidano a quelle ore trascorse in un call center tutte o quasi le speranze per costruire una vita diversa, per far diventare «promessa» la stessa terra in cui sono nati e cresciuti.

Non è del resto la prima volta che Colucci intende affrontare le questioni dell’attualità, di cui già scrive per lavoro, con uno stile diverso dal resoconto giornalistico: era già accaduto per Invisibili, le cui pagine erano condivise con un racconto dello scrittore-operaio Giuse Alemanno, e per Liberté, dove all’approdo dei migranti a Manduria nel 2011 erano dedicate brevi riflessioni poetiche in forma di didascalie alle fotografie di Roberta Trani. Nei call center non ci sono i fumi tossici dell’Ilva, né le reti di filo spinato intorno a una tendopoli: ma addetti al controllo e supervisori esercitano un potere che sconfina talvolta nella prevaricazione, nell’annullamento delle personalità dei dipendenti e che non appare così diverso da un altoforno o da una rete di metallo: «Il call center, in realtà, entra nelle nostre vite ed è un secondo sangue, una seconda pelle. La notte ho l’incubo di non svegliarmi in tempo. In azienda controllano tutto: quando lavori, quando sei in pausa».

Per anni, fin dalla fine degli anni Novanta, call center è stato sinonimo di precariato. Poi in qualche caso, come alla Teleperformance di Taranto, sono arrivate le assunzioni a tempo indeterminato. E, nel 2015, il Jobs Act. Scrive Susanna Camusso nella Prefazione: «Non si esce dalla precarietà per decreto, ma ricercando e favorendo nuove pratiche condivise che debellino, una volta per tutte, la piaga della precarietà, dello sfruttamento e della scarsa sicurezza sui luoghi di lavoro». Ma anche il sindacato per anni è stato assente; e le delicate vertenze che oggi porta avanti, tra cui quella della stessa Teleperformance, non hanno soppresso le distanze tra i lavoratori: «Cosa mi fa rabbia? I colleghi passati al contratto a tempo indeterminato. Per carità, non voglio dire fesserie da guerra tra poveri, ma sembra abbiano dimenticato da dove vengono», racconta Valentina, precaria «a progetto». Anche lei è sulla zattera. Come Daniela, la cui madre immagina i supervisori come gli ufficiali del partito comunista albanese. E come Vincenzo, che impegna la sua voce al call center per poter proseguire i suoi studi di canto. Il mare su cui navigano è un coacervo di voci di utenti in cerca di assistenza, di nuovi clienti di un gestore telefonico, ma anche di chiamate chiuse in fretta e in malo modo. Restano però, nonostante tutto, aggrappati alla propria zattera di salvataggio: «Sbattuti al vento del bisogno si è sempre, a tutte le latitudini, profughi di qualcosa».

Stefano Savella