“Nessuna solitudine è più vera dell’azzurro dopo ogni spavento” di Giuseppe Goffredo

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Il coinvolgimento italiano nel recente attacco terroristico di Parigi ha avuto il nome e il cognome di Valeria Solesin, la giovane ricercatrice vittima, insieme a molti altri giovani, nella sala concerto del Bataclan. La speranza per un futuro di pace, all’indomani della sua scomparsa, è stata invece fatta propria ed espressa a tutto il paese dal padre di Valeria, Alberto: le sue parole nel giorno dei funerali della figlia hanno toccato le corde di tutti coloro che non intendono lasciarsi sopraffare dalla paura dell’altro, e hanno perciò deluso tutti coloro che erano pronti a cavalcare l’onda emotiva di quella morte per propri calcoli politici.

Alla figura di Alberto Solesin, a sua moglie Luciana e alla stessa Valeria è dedicata l’ultima raccolta di poesie di Giuseppe Goffredo, Nessuna solitudine è più vera dell’azzurro dopo ogni spavento (Poiesis Editrice, pp. 32, euro 5): ma questa caratteristica non è sufficiente a incasellare questo libro nella categoria degli instant book. I versi che vi sono raccolti, infatti, superano di gran lunga il contatto temporale con quanto avvenuto a Parigi il 13 novembre scorso; e rappresentano, piuttosto, un più alto inno di pace, dove pure lo scoramento lascia tracce, ma in cui è più forte l’anelito alla ricomposizione dei conflitti, alla salvaguardia del creato, alla solidarietà dei rapporti umani, specie nei confronti di chi fugge da contesti di guerre e povertà.

Goffredo, da sempre vicino, nella sua multiforme esperienza artistica ed editoriale, al mondo arabo e alla sponda sud del Mediterraneo, guarda con intima sofferenza al predominio militare (in parte del Vicino Oriente) e mediatico (in tutto il resto del mondo) di pochi usurpatori dei fondamenti della religione islamica; e non accetta l’islamofobia dilagante che attacca, paradossalmente, coloro che fuggono da quegli stessi terroristi che colpiscono a Parigi, a Tunisi, a Bamako. Ma questo non toglie spazio alla speranza: «Parigi può essere un momento per riemergere. Ricomporre le coscienze e al tempo stesso interrogarci su quello che accade e ci accade».

I versi di questa raccolta rilanciano questi auspici in più occasioni: «Non ti far crocifiggere dal maligno. / Tu resta. Tu stai in piedi / tu guarda l’orizzonte come / l’azzurro produce il suo sì». E ancora, in un’altra poesia: «A noi tocca metterci in piedi. / Dopo ogni morte, dopo ogni attentato, / dopo ogni esecuzione». Né manca un alto spirito civile, che contesta alla radice le “soluzioni” che l’Occidente ha proposto in occasioni simili del passato e che dimostra di voler continuare a intraprendere: «So che avete detto menzogne / e subito dopo, caricato i vostri Tornado / li avete scaricati su qualcuno: / terre e vittime innocenti come / i morti uccisi da questa parte». E invece «Loro sono Noi», e lo si coglie in pieno nelle due liriche dedicate nello specifico ai migranti, ai loro drammi (Canto alla madre delle acque) e alla condivisione con loro di sguardi, preghiere, destini (Lo sconosciuto che attendo): «Credo sì, a chi arriva, anzi / a chi torna, a chi naufrago / approda alla mia riva. / È lui che aspettavo […] / Con lui posso spezzare il pane / in nome di Dio».

Stefano Savella