“Guardare dietro la montagna” di Bejan Matur

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Le recente doppia tornata elettorale in Turchia e l’assedio dell’autoproclamato Stato islamico a Kobane hanno reso nuovamente attuale nel mondo la questione curda. Anche in Italia, dopo l’arrivo sulle coste pugliesi e calabresi di migliaia di curdi provenienti da Turchia e Iraq tra fine anni Novanta e primi Duemila, è sembrato che la tregua potesse rivelarsi definitiva. Il successo del partito filo-curdo Hdp e la virata del presidente turco Erdogan nell’attacco ai diritti civili, con il conflitto siriano sullo sfondo, hanno invece ribaltato lo scenario: a Diyarbakir e in tutto il Kurdistan turco sono tornati a realizzarsi arresti di massa, il Pkk ha di fatto rotto la tregua in vigore dal 2013 e persino il vicepresidente americano Joe Biden ha definito, pochi giorni fa, “terroristica” l’organizzazione storicamente guidata da Apo Ocalan.

Per comprendere meglio la questione curda, e in modo particolare ciò che è avvenuto nei decenni scorsi, quando il Pkk ha ingrossato esponenzialmente le sue file, un contributo importante arriva dalla lettura di Guardare dietro la montagna scritto dalla poetessa e scrittrice curda Bejan Matur e tradotto ora in italiano per Poiesis Editrice (pp. 272, euro 18). L’autrice è in questi giorni in Italia: dopo Napoli e Livorno, sarà oggi a Verona e nei prossimi giorni a Milano, Bologna e Roma; lunedì 1° febbraio anche in Puglia, a Bari e Martina Franca.

behannnn_400x400In Turchia questo libro è stato ristampato più volte ed è servito soprattutto a portare a una vasta parte dell’opinione pubblica una rappresentazione dei “terroristi” del Pkk del tutto diversa da quella della propaganda ufficiale. Questo perché è un libro composto perlopiù di storie vere, raccontate dall’autrice col piglio del reportage (non a caso alcune di esse sono state pubblicate una prima volta per una rubrica del quotidiano «Zaman») ma non senza negarsi incursioni poetiche. Storie di ragazzi giovanissimi, in alcuni casi ancora adolescenti, saliti sulle montagne per combattere i coetanei turchi in nome della difesa della “curdicità”, aderendo al Pkk o a una delle formazioni curde dell’Iraq (talvolta in lotta tra loro).

L’intento di Matur è chiaro: proponendo le storie di chi è sopravvissuto, dopo anni di carcere o trovando rifugio in Europa, si comprende come la pace e il dialogo siano aspirazioni comuni, raggiungibili ampliando gli spazi di libertà e non riducendoli. La tregua bilaterale firmata nel 2013 era stata possibile anche grazie a strumenti come questo libro, affinché parlare o cantare in curdo non fosse più ragione per stigmatizzare o addirittura porre qualcuno agli arresti. «Voglio che tutti quelli che leggono queste storie – scrive l’autrice – vedano che una forza è nata dallo sguardo della coscienza e della comprensione, non da quello della paura, degli stereotipi e delle frasi fatte, e se restiamo uniti voglio che vedano che è questa forza a tenerci». La strategia della tensione in atto in Turchia ha l’obiettivo di indebolire questa forza. Il libro di Dejan Matur ha quello di conservarla e di diffonderla nel resto del mondo.

Stefano Savella