“La carne” di Cristò

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Un mondo immobile ma non scomparso; uomini considerati morti, ma ancora vivi, in coda a un ufficio comunale; un’attrazione per la pornografia che non può essere consumata. Il nuovo romanzo di Cristò, La carne (Intermezzi, pp. 150, euro 12), pare collocarsi in quella sfera senza tempo tra l’al di qua e l’al di là che rinvia all’immagine del nastro di Moebius, al centro di alcuni dipinti di Maurits Escher e già accostata alla letteratura dall’astronomo e scrittore Armin Deutsch nel suo racconto Una metropolitana chiamata Moebius (poi riproposto sul grande schermo dall’argentino Gustavo Mosquera): un percorso ripetuto all’infinito, in cui il trascorrere del tempo è una variabile del tutto indifferente rispetto a ciò che accade all’interno dei vagoni imprigionati a essere perennemente in movimento sui binari.

Ciò che si ripete sempre uguale a se stesso, ne La carne, è il mondo intero. Ma non da sempre: soltanto da quando il protagonista, un uomo di ottant’anni, aveva soltanto otto anni. Da quel momento qualcosa è cambiato: nulla è stato più inventato, tutto si è ripetuto senza differenze: i programmi televisivi (e i modelli dei televisori), i film (compresi quelli porno), gli orologi, le aspirine e ogni altro tipo di oggetto. Il mondo è da decenni senza futuro: una situazione apparentemente in totale contrasto col mondo reale, se pensiamo al futuro tecnologico che rincorre se stesso a doppia velocità.

Ma qual è stato il fattore scatenante di questa improvvisa assenza di futuro? La comparsa di un morbo misterioso che rende gli uomini «malati, poveracci, affamati, disgraziati, animali, zombi»: affamati in particolare di carne. Persone di tutte le professioni e di tutte le classi sociali si trascinano in orari stabiliti verso i depositi che distribuiscono carne per la loro sopravvivenza, formando un’unica massa umana. Sono “soltanto” zombi, nell’economia del romanzo, ai quali non vengono risparmiati odio, pestaggi e sprangate. Ma possiamo facilmente scorgere, dietro quelle figure anonime, altri gruppi, altre comunità di persone con i piedi ben saldi sulla terra, nelle nostre città: ieri, oggi e domani.

La storia dell’anziano protagonista, del giovane Giulio e di Monica che se ne prendono cura, si alterna a quella di Tancredi, medico che assiste a un’impennata di fenomeni di sonnambulismo tra i suoi pazienti (sua moglie Lucia compresa), che scrivono nel sonno frasi apparentemente scombinate. L’incontro con il senzatetto Mattia renderà Tancredi ancor più consapevole di essere di fronte ai primi segnali di quella che appare un’epidemia: una delle prime vittime sarà proprio il suo gatto, non casualmente di nome Moebius. Soltanto in chiusura si comprenderà cosa lega fino in fondo il protagonista e Tancredi; in quel momento anche i due piani temporali del racconto, come nei vagoni del metrò di Deutsch e Mosquera, giungeranno a una soluzione.

Stefano Savella