“La frontiera” di Alessandro Leogrande

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Prima ci sono i volti. Decine, a volte centinaia, unica parte del corpo visibile assieme alle braccia alzate nel tentativo di conquistare un giubbotto di salvataggio. Poi ci sono i nomi. Shorsh, ad esempio, è un curdo iracheno, Amanuel è un giovane eritreo. Dietro i loro nomi, spesso, c’è però un’altra identità, nascosta, lasciata al proprio paese d’origine per paura di ritorsioni o di rimpatri forzati. Ma dietro quei corpi, anzi sotto di essi, nelle stive delle imbarcazioni, si nascondono altri volti, altri nomi, altre identità, quelle di chi per primo perde la vita nei naufragi. Volti, nomi e identità che possono restare ignoti per sempre: come per le 368 vittime del naufragio del 3 ottobre 2014 a Lampedusa, alle quali solo in parte si è potuto accostare un nome e un cognome (e non sempre con sicurezza, complice anche la burocrazia italiana); come per gli altri seicento circa scomparsi in mare al largo della Libia tra il 28 e il 29 marzo 2009, in uno dei tanti naufragi dimenticati, noti soltanto per le poche parole di un trafficante intercettate al telefono; come per le altre migliaia che hanno perso la vita nel Mediterraneo, la frontiera per eccellenza.

E La frontiera è anche il titolo dell’ultimo libro di Alessandro Leogrande (Feltrinelli, pp. 320, euro 17). Con un’espressione abusata, la si potrebbe chiamare un’«operazione verità». In realtà è molto di più. Senza indulgere in alcun modo al lirismo né a una ormai comune e tristemente vuota retorica, com’è d’altronde nel suo stile, Leogrande lascia parlare i fatti ma ordinando le loro tracce con un racconto unitario, coerente; completo, si direbbe, se non fosse che le rotte dei migranti (e con esse le frontiere) si trasformano continuamente, come dimostrano gli eventi degli ultimi mesi: e così al fianco dei pick-up del deserto e ai pescherecci del Mediterraneo centrale si sono riaffacciati i gommoni del Mediterraneo orientale, i treni e i sentieri sterrati dei Balcani.

Leogrande si spinge peraltro oltre le «frontiere» del racconto che comunemente si fa delle migrazioni. Ne è un esempio l’ampia e dettagliata analisi della situazione in Eritrea, da cui provengono da anni, specialmente dalle coste libiche, verso l’Italia migliaia di rifugiati. A differenza della guerra civile in Siria e delle fughe dai territori sotto il controllo del Daesh, l’Eritrea non gode, né ha mai goduto, di una neppure discreta copertura giornalistica sui principali mezzi di comunicazione. Eppure un esodo massiccio e, più che per altri paesi, costante, avrebbe di certo meritato un maggiore approfondimento. Leogrande parte dall’obelisco di Dogali, collocato a Roma nei pressi del groviglio di vite, colori e odori che è la stazione Termini; ricorda quindi che l’Eritrea ospitò, fin dai primi anni della colonizzazione italiana, i primi campi di concentramento per gli oppositori, mantenuti anche sotto il regime fascista, quando ad esso si è sostituita l’occupazione etiope e fino ai giorni nostri, con il dittatore Isaiah Afewerki che li utilizza, fin dalla fine della lotta per l’indipendenza, per recludere tutti coloro che sfuggono alla leva obbligatoria, insieme ai detenuti politici e ai criminali comuni.

Il legame con l’ecatombe del 3 ottobre 2013 a Lampedusa (seguita da un’altra, meno nota, otto giorni dopo), nella quale perirono quasi esclusivamente eritrei, passa anche attraverso il racconto della commemorazione avvenuta un anno dopo, e con le storie del pescatore Costantino, dei sopravvissuti come Luam e Adhanom. Ma la questione eritrea è soltanto una tra quelle sommerse, non soltanto metaforicamente, riguardanti le rotte dei migranti. Ci sono anche i campi presenti nel Sinai in cui vengono sequestrate centinaia di persone in attesa di riscatto, in alcuni casi liberate rocambolescamente da un imam salafita e dalla coordinatrice di una Ong. Ci sono i componenti italiani degli equipaggi che hanno lavorato giorno e notte per l’operazione Mare Nostrum, e i trafficanti, spesso giovanissimi e non sempre consapevoli. Ci sono i curdi che hanno perso le speranze di tornare in patria dopo l’avanzata del Daesh e i pakistani bersagliati dai neonazisti di Alba Dorata in Grecia. Le loro storie sono la rappresentazione concreta di come «Le frontiere cambiano, non rimangono mai fisse. […] Scoppiano guerre, cadono dittature, esplodono intere aree del mondo e si aprono nuovi varchi. I varchi a loro volta creano un mondo, una particolare società di confine che definisce le sue regole e i ruoli al suo interno. Sono a tutti gli effetti dei porti franchi. Ma anche questi mutano nel tempo».

Stefano Savella