“Ho dimenticato il cappotto di pannonero vecchio alla fermata del pesce” di Maurizio Leo

Dalla Beat generation ai conflitti bellici del Novecento, dalla poesia alla prosa, da una rivista a un libro. Ho dimenticato il cappotto di pannonero vecchio alla fermata del pesce (I quaderni del bardo, pp. 84, euro 8) raccoglie interventi d’impronta diversi ma tutti espressione della penna di Maurizio Leo, classe 1959, di Copertino, autore di numerose pubblicazioni fin dalla metà degli anni Ottanta. Un’attività multiforme, che comprende anche la fondazione della stessa casa editrice con cui ha pubblicato nel dicembre scorso questo volumetto; come del resto è reso evidente dalla natura dei contributi ivi raccolti, editi tra il 1991 e 2015 sulla rivista «Il Bardo».

I componimenti in versi sono indubbiamente i più presenti all’interno di questa pubblicazione. Come scrive Francesco Aprile nella Prefazione, «Maurizio Leo raccoglie a piene mani gli stimoli dei poeti Beat […] L’incedere jazzistico della parola poetica, il ritmo incalzante del verso, una poetica fluidifcata nell’automatismo del pensiero». I richiami a Jack Kerouac, ad Allen Ginsberg diventano in alcuni casi molto evidenti, sancendo un vero e proprio percorso parallelo dell’autore rispetto ai suoi modelli poetici.

Ciò non toglie che nei versi di Maurizio Leo si possano cogliere aspetti ben collegati agli anni a cui risalgono. Si prendano le liriche della prima metà degli anni Novanta, tra il 1993 e il 1995: le menzioni delle «navi fluttuanti sul Mediterraneo», dei «popoli / dalle nazioni roventi» anticipano temi e immagini ben presenti fino ai giorni nostri. Ma ancor più forti sono i riferimenti ai conflitti bellici, come quello nei Balcani («scivolano i morti / e cantano i fucili e le bombe e le grida»), che comunque dialogano, quasi come in un contrappunto, con i richiami con «i poeti americani / negli anni che andavano fra 60 & 70». I versi degli anni più recenti mostrano invece un impianto più asciutto, una struttura più ridotta, un senso di indefinitezza («un’incompiuta poesia / è il suicidio di Majakovskij») che si scioglie senza clamore: «accludo le ultime righe / non ho più la carta per continuare».