“Non c’è tempo per il sole” di Vito Santoro

Una lettera inviata dal Brasile da Devis Coronè, ultimogenito della famiglia di un importante industriale italiano, fa scattare un’operazione dai contorni incerti. L’imprenditore veneto, prima ancora di confrontarsi con gli altri suoi figli, dà incarico all’avvocato romano Meterio di capire quale sia la sorte del figlio che scrive di essere in prigione e in fin di vita. Meterio coinvolge a sua volta Federico, già utilizzato in passato per attività ben più pericolose, di natura anche criminosa, nel paese sudamericano. Giunto in Brasile, quest’ultimo incontra un macellaio trafficante d’armi, poi giunge nella località di Santa Teresa, nello Stato di Esprito Santo, dove sembra non esserci ombra di delitti grazie a un commissario di polizia particolarmente efficiente. Ma… niente è come sembra.

Non c’è tempo per il sole è il romanzo d’esordio del brindisino Vito Santoro (Edizioni della Sera, pp. 264, euro 14) e riesce a coinvolgere il lettore in una storia complessa ma al tempo stesso ben congegnata. In particolare dopo l’arrivo a Santa Teresa, Federico incrocerà la sua strada con una serie di personaggi misteriosi, dal biologo russo Radomir Celeo al giornalista Horacio Emeres, al fattore Nicolas Meandro. Più la sua ricerca andrà avanti, più i dubbi affolleranno la sua mente: Diovis Coronè è davvero in Brasile? Meterio lo ha inviato davvero in quella località per trovare sue notizie? O si tratta di un complotto ordito ai suoi danni? La strada per ritrovare le certezze perdute passa anche attraverso il contatto telefonico con un oracolo, Dafoe, una donna che gli indica sibillinamente come muoversi in quello scenario così aggrovigliato.

Una delle svolte decisive sembra giungere nel museo di biologia di Santa Teresa, dove fa bella mostra di sé un cervo imbalsamato, e dove Celeo lavora a un esperimento sulle api di grande rilevanza scientifica. Proprio il cervo è l’occasione che l’autore ha di citare la sua città natale, per bocca di Federico: «Brindisi è una città antichissima e il suo nome deriva da un termine latino che significa “cervo”». E prpprio grazie a una fotografia scattata anni prima al cervo Federico risalirà a Sigàl, e poi alla famiglia Oruna, l’ennesimo anello della catena che dovrebbe condurlo a Diovis. Ma dovrà prima interpretare altre parole dell’oracolo: «Prometeo è l’origine di tutta la nostra storia. È colui che ha permesso che ogni cosa potesse realizzarsi e senza il quale non esisterebbe nulla di tutto ciò di cui stiamo parlando. […] Grazie a Prometeo il tempo è diventato quello che conosciamo: un passato che rappresenta la nostra memoria, un presente da vivere istante per istante, e un futuro pieno d’incognite, ma con la meraviglia che ogni cosa non è ancora stata scritta».

Stefano Savella