“Nel silenzio parlami ancora” di Antonella e Franco Caprio

Nel silenzio parlami ancora (Besa, pp. 170, euro 16), terzo romanzo di Antonella e Franco Caprio, segna il ritorno a un’ambientazione nel passato, come nel fortunato esordio Il segreto del gelso bianco; ma se lì la problematica sociale intrecciata alla narrazione era quella della povertà del mondo rurale e della migrazione italiana verso gli Stati Uniti a inizio Novecento, qui il tema preminente è la violenza che ha permeato la guerra di liberazione dal nazifascismo, protraendosi anche nel periodo successivo.

Nel silenzio parlami ancora vede l’alternanza di due narratori in prima persona: Rina (io), staffetta partigiana per amore, e l’altro, che solo nel finale si scoprirà chi sia. Merito dei fratelli Caprio è quello di provare ad affrontare uno dei periodi più oscuri della nostra storia nazionale senza mitizzare i partigiani, colpevoli anch’essi di orrori non giustificabili – sebbene abbiano combattuto dalla parte dei giusti – e rei di aver in seguito svilito il ruolo fondamentale svolto dalle donne durante la Resistenza.

La protagonista Rina, tuttavia, di politica poco ne capisce e ancor meno se ne interessa; se finirà per combattere contro i fascisti e per subire poi le torture seguenti all’arresto, è solo per aver amato Giacomo – lui sì combattente intrepido e socialista convinto; tanto da indurre l’altro a chiedersi: «Mi domando ancora: cosa sarebbe accaduto se ti fossi innamorata di un repubblichino anziché di un partigiano? […] Quanto forte sarebbe stato il tuo convincimento nel sostenere un ideale diverso e più vicino alla cultura che avevi respirato?»

Non si tratta tuttavia di un romanzo storico in senso stretto, il fulcro della vicenda narrativa è appunto la difficoltà di Rina nel fare i conti con il proprio passato, nel superare tutto il dolore che l’ha ammorbata per anni e la scrittura è tutt’altro che asettica e documentaria, vi è anzi una certa ricercatezza stilistica che trova espressione in numerose figure retoriche.