Gli “spaghetti noir” di Claudio Calabrese

A partire dal dicembre del 2013, con precisa cadenza annuale, sono comparsi sul Kindle Store di Amazon tre romanzi gialli ambientati a Bari: La logica della follia, Il filo incrociato e La vendetta del tempo. Come in tutte le detective story che si rispettino, a condurre in porto le indagini c’è un investigatore, l’ispettore Andrea Pantaleo, che innerva con l’acume delle sue deduzioni, il dipanarsi delle storie raccontate. Rigorosamente burbero, ostinato e allergico alle regole, Andrea Pantaleo è disilluso come Philip Marlowe e corpulento come Sam Spade. Un tipaccio, insomma, c’è poco da fare. Ma è anche un uomo onesto, genuino e inflessibile, con un’unica irrinunciabile debolezza: l’amore incondizionato per il cappuccino bollente.

L’autore, Claudio Calabrese, è un appassionato consumatore di letteratura poliziesca, ma è anche uno che negli ambienti penali ci lavora. E si vede. La sua attività di consulente presso la Procura della Repubblica di Bari gli ha permesso di trasferire nelle pagine dei suoi romanzi quella veridicità procedurale, il realismo dei complessi meccanismi dell’indagine, che rendono l’intreccio efficace senza tuttavia sminuire l’invenzione romanzesca. L’accostamento che subito si impone è quello con gli anomali legal thriller del conterraneo Francesco Caringella, o con i primi lavori del più celebre Carofiglio; quelli con l’avvocato Guerrieri, a cui Calabrese ammicca di stima, sfociando nell’omaggio dichiarato quando dà al personaggio del Vice Questore Aggiunto il nome dell’ex magistrato barese: Gianrico. I gialli giudiziari di Carofiglio non sono però gli unici padri letterari di Calabrese; anzi quest’ultimo se ne discosta, o meglio ne evolve il modello, rievocando e rielaborando la migliore letteratura di genere: dai classici della Christie, di Doyle e di Ellery Queen, alle più recenti esperienze della Vargas e della Holt, passando per Montalbán e Camilleri (naturalmente). Il risultato è una specie di spaghetti noir ricco di spunti, di colpi di scena, di inversioni di marcia, con un grosso debito cinematografico riconoscibile soprattutto negli ingranaggi delle strutture narrative e nelle descrizioni dettagliatissime che accrescono la suspence di alcune sequenze rendendole estremamente iconiche.

Ma perché ci interessano tanto i romanzi di Calabrese? Primo. Perché si tratta di storie avvincenti e robuste raccontate con una lingua fluida che non lesina l’uso del vernacolo, non solo come strumento di caratterizzazione, ma per creare quegli spazi umoristici utili a stemperare la tensione generata dal racconto. Secondo. L’ambientazione barese, per quanto atipica possa sembrare, funziona e, nel ridisegnare la geografia cittadina in un affresco denso di mistero, il lettore locale non può non restare affascinato dal ritrovare, nella familiarità dei luoghi in cui è cresciuto, la spiazzante dimensione del delitto. Terzo. Perché in poco più di un anno la trilogia dell’ispettore Pantaleo ha venduto quasi ventimila copie in formato digitale, in sordina, senza il clamore dei grandi gruppi editoriali, soltanto attraverso l’apprezzamento e il passaparola degli acquirenti; i quali, è sempre bene ricordarlo, prima di tutto sono lettori. E questa è, probabilmente, la vittoria migliore.

Marco Marsigliano