“Nel nome di ieri” di Giuseppe Cristaldi

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Il dolore più puro, quello di vedere la persona amata spegnersi sotto i propri occhi, si dice – con una formula retorica – che non abbia parole. Eppure può succedere anche il contrario: le parole possono diventare l’arma, la soluzione per rendere giustizia, per riordinare i ricordi e per tentare di ripartire. Ma è necessario anche venire a patti con la propria rabbia: e qui entra in gioco l’impegno a mobilitarsi affinché una morte improvvisa ed evitabile non si ripeta integralmente all’interno di un’altra coppia o di un’altra famiglia. È ciò che accade nella realtà di tutti i giorni, e che Giuseppe Cristaldi – il cui sguardo sulla realtà è da sempre acuto – racconta nel suo ultimo romanzo, Nel nome di ieri (Besa Editrice, pp. 184, euro 15,90).

Sciffì e Claudia si incontrano per caso in una pizzeria: lui per cena (dopo aver infornato pizze per un’estate), lei per lavoro. Si scambiano qualche battuta sulla corretta posizione delle posate, e sui tatuaggi di cui lui fa mostra. Pizza dopo pizza, nelle settimane successive, inizierà un corteggiamento d’altri tempi, ma ambientato nella provincia leccese, tra Matino e Taviano. Sarà il karaoke, e in particolare l’esecuzione in coppia di Cu’mme di Mia Martini e Roberto Murolo, a far scoccare la scintilla definitiva.

Il sogno di una nuova pizzeria, di loro proprietà, prende forma proprio sulla strada che collega quei due paesi del Salento. Una strada percorsa ogni giorno da studenti, pendolari e innamorati. Sciffì e Claudia la percorrono prima con la vecchia Kadett del padre di lei. Poi con una Smart, di cui resteranno lamiere. Su quei granuli d’asfalto Claudia lascerà sangue, sogni e amore. Sciffì, solo sogni e amore: ma il sangue gli ribollirà di rabbia. Almeno fino a quando non lotterà personalmente per rendere quella strada più sicura.

«Questa è una storia che sta tra il ricordo e il macello», scrive Cristaldi nell’incipit, e non si può non fare a meno di considerare questo romanzo come un’ideale prosecuzione del precedente, Macelleria Equitalia. La realtà, in entrambe le opere, brucia e porta con sé vite umane e cuori spezzati dal dolore. E lo stile narrativo di Cristaldi, lo stesso agglomerato linguistico utilizzato, ne dà ampiamente voce. «Il sole cominciava a strappare le fujazze degli ulivi per arrampicarsi oltre, il bianco della segnaletica orizzontale respirava cittu cittu il suo candore mentre la mia macchina lo stumpava un po’ sì, un po’ no. Lei accanto a me, a parolarmi di ogni piccolezza, a tenersi le mani fra le gambe […]. Le dissi di fidarsi. Malgrado i manifesti sugli avambracci. Srotolai le maniche sulla braccia e le dissi di fidarsi».

Stefano Savella