“Canti della tartaruga” di Daniele Giancane

“Le tartarughe, in fatto di strade, ne sanno più delle lepri”… eh sì, poiché una tartaruga permane su una strada più a lungo della sua comprimaria e dunque, per mera diacronia, ne ha più esperienza – così l’esordio in citazione dei Canti della tartaruga (Edizioni Eva, pp. 48, euro 9), ultimo impegno che listerà la bibliografia di Daniele Giancane per aver “colorato l’intera estate del 2015”… di saggia ironia.

Nell’introduzione lo stesso Autore avverte che, partito, con grandi idealità, dalla poesia di rivoluzione, sia poi pervenuto alla scrittura di ricerca metafisica, ed infine approdato ad una raccolta di poesie su… una tartaruga! E già su quei punti di sospensione si gioca, con fine ironia, tanta vita e ricerca, sino a quest’ultimo approdo protetto, sull’isola-carapace. Dalla ribellione alla consapevolezza dunque, la parabola di un’intera esistenza che riordina e porta a sintesi innumerabili tasselli, perché «la vita è una realtà complessa e che non è captabile da qualsivoglia ideologia, da nessun “pensiero unico”, da nessuno schema di interpretazione».

È immediatamente dichiarata la sobrietà della ricerca che non sfiderà, non cercherà “vette sublimi”, né attenderà l’estasi per afferrare l’estro poetico e tradurlo in versi, ma si svolgerà nel giardino di casa, luogo di sintesi perfetta tra le piccole e le buone cose, in una fusione pascolo-gozzaniana che promette subito di travalicarne i limiti.

L’Autore ha a lungo osservato l’animale, ne ha analizzato il comportamento, registrato scientificamente le proprie annotazioni, utilizzando un metodo preciso, quello narrativo, che tanto spazio occupa nell’attuale panorama letterario e pedagogico contemporaneo. Ma lo ha fatto con un’attenzione accurata-smisurata, direi incomprensibile ai più, poiché, di fatti, egli afferma espressamente che dell’animale ha cercato di capirne azioni, bisogni, reazioni e motivazioni; insomma un adeguato programma di studio predisposto in giardino per il mite rettile!

Così tra i placidi versi, fa capolino ora un geranio ora una dalia, in un luogo segreto ove si danno convegno i due, regno incontrastato della testuggine, dal quale probabilmente ella non uscirà mai, assumendo così in sé la funzione di tempio che ne custodirà la sacralità del principio di vita-morte.

Schietta la relazione che il Poeta instaura con l’animale; le dichiara subito di non essere il suo padrone (perché non si può essere proprietari di una vita!) ma suo amico, se lei accetterà l’amicizia. Una struggente delicatezza che avvince, che rimanda ad un percorso interiore di presa di coscienza di uguaglianza verso tutte le creature del mondo, di armonia verso la natura e l’umanità, sulle tracce di Aldo Capitini e di un autentico pacifismo. A lui nulla importa se si dica che l’animale non sia intelligente; di fronte alla sua mitezza, che non si lamenta, che sa attendere e accetta di buon grado la trascuratezza del suo convivente, rimane ammirato e, con slancio di pacificata andatura, prende per sé, a modello, tale comportamento.

Si avverte che i due sono avvezzi a stare insieme; c’è l’intimità che viene dalla frequentazione, dalla condivisione, c’è conoscenza reciproca e abitudine a dividere lo stesso scorcio di cielo (balena alla mente quanto la teoria psicologica di Clark Hull abbia dimostrato circa il peso delle abitudini nelle scelte individuali). Ciò porta a conoscerne i suoi “gusti personali e precisi”, così un lacerto di albicocca diventa motivo d’incanto, come un bel tramonto, e non importa chi dei due più goda di fronte ad uno o all’altro piacere, poiché i due si fondono in un unico principio di natura.

Si avverte immediatamente che l’Autore è affascinato dall’ampia letteratura mitologica e dalla simbologia legata a questo animale, sacro, sin dall’antichità, a molti popoli. Reverenziale il suo atteggiamento di fratello-poeta, ché già l’aspetto fisico introduce a numerosi simbolismi, a partire dal guscio che rappresenterebbe l’unione tra cielo (il carapace) e terra (la piastra), al numero e al disegno delle placche, con rimandi alla numerologia; inoltre la tartaruga si è prestata a essere considerata personificazione della Madre primordiale, immagine di stabilità, di resistenza, di protezione, di ordine, di saggezza e longevità.

Nell’immaginario essa ha la capacità di annientare il tempo, quasi di cancellarne i suoi effetti su di sé, un po’ meno sul mondo, è l’anti-cronos per eccellenza, presenza silenziosa e costante, quasi immutabile nel rappresentare quel “che è”, come atavica e rugosa verità.

Nello sguardo indagatore del suo compagno di soste, che ne segue i lenti passi cadenzati, a ogni piè sospinto, si vive la meraviglia del creato alla maniera di Einstein, come stupore grato per l’esistenza di ogni fenomeno e materia.

Nella paziente e vicendevole scoperta dell’uno per l’altro, l’Autore si accorge che l’animale è in grado di azioni straordinarie; ecco che, nella confidenza reciproca, si condividono virtù e qualità nascoste ad altri; solo allora l’animale si manifesta in un sibil-canto represso e forse a lungo preparato, che esplode in un’inaspettata bell’esecuzione per il suo amico.

A ben guardare, tartaruga, in modo traslato, è ognuno di noi quando si fa interlocutore di un dialogo disteso con se stesso, privo di scansioni temporali, ed è la nostra stessa coscienza nell’atto di prendere le distanze dalla febbrile routine quotidiana.

Tante le sequenze iconografiche nella raccolta, scattate e messe lì, quasi in un immaginario album fotografico compilato per tracciare un segno nella memoria umana, perché lei, la “chelonia”, ha memoria immortale, anzi ci mostra “che il tempo è davvero un’astrazione, una scala indefinita, un pregiudizio”, e reca in sé la storia del mondo: “tu sei l’alba del mondo, il ricordo di ere innumerevoli e remote”. Tra queste, una delle più tenere e cariche d’ironia è La tartaruga e l’innaffiatoio, dove i due protagonisti, fantasiosamente descritti, si muovono secondo una logica tutta loro, anche se sono “lontani mille miglia nella scala evolutiva” ma “felici solo di girare in tondo”. Può una poesia, al di là dell’ex cathedra, suscitare simpatia? Questa sì, teneramente.

Ma, se tanto ha osservato e analizzato, l’Autore non svela tutto dell’animale, non ci dice, per esempio, qual è il suo nome o se, volutamente, un nome non c’è.

Maria Pia Latorre