“Proiettili di-versi” di Marco Vetrugno

Il tema classico di amore e morte continua a rappresentare un modello anche per la poesia contemporanea: una poesia in cui entrambi gli elementi acquistano connotati di corporeità, di contaminazione profonda, che appaiono i più adatti – o gli unici possibili – per poter offrire una loro nuova declinazione. L’intreccio dei corpi non nasconde, tuttavia, la propria intima solitudine; così come i riferimenti a un eccesso di materialità non coprono del tutto i meccanismi psicologici della passione; e l’oggetto che forse più di ogni altro incarna l’esplosione di un corpo o di una sua parte – il proiettile – può essere quindi ben accostato alla produzione di versi poetici.

Questo accostamento costituisce la radice dell’ultima raccolta poetica di Marco Vetrugno, fin dal suo titolo: Proiettili di-versi (Musicaos, pp. 108, euro 13). Nato a San Pietro Vernotico nel 1983 ma residente a Lecce, l’autore ha già pubblicato propri versi negli anni scorsi, con le raccolte Poetico delirio (Lupo Editore, 2012), Organismi cedevoli (Manni, 2014) e Le mie ultime difese (Manni, 2015). E ora, con Proiettili di-versi, compone quasi un poema unitario, dove l’amore, come scrive Luciano Pagano, «è assoluto, radicale. Un uomo e una donna chiusi in una stanza, i loro corpi sono nudi che si esplorano, si annusano, tesi attorno all’ultimo residuo».

Pur se suddiviso in quarantanove liriche, il discorso poetico di Vetrugno procede dunque omogeneo e coeso: il disordine è semmai nel ricordo di lenzuola stropicciate, nel corpo «invaso / da radici / succhia sangue / succhia vita / succhia sperma», nelle «banalità oscene» di passeggeri di un treno che sovrastano i versi di Pavese recitata «ad alta voce». Una continua, sottile, sotterranea – ma non troppo – sensazione di conflitto con il mondo esterno, che si riflette nelle insistenti immagini di morte: «Inchiodo pensieri / sulla croce / delle mie membra. / Un cadavere / ogni chilometro / mnemonico-cerebrale». I «proiettili» del titolo dispiegano apertamente il loro significato, fino a quando il corpo cede ogni segnale di vita: «L’incubo nostalgico / tormenta / il rigor mortis / notturno / oscurando / le vie di fuga / delle mie proiezioni».