“Il processo del 1891 alla Malavita barese”

La storia della criminalità organizzata in Italia è, da tempo, uno dei temi di maggiore interesse in ambito editoriale. Il fenomeno Gomorra ha poi, negli ultimi anni, rappresentato un’eccezionale cassa di risonanza per tutte le pubblicazioni di quel settore (sconfinando, in verità, ben oltre il recinto dell’editoria). E c’è un elemento, in particolare, che distingue gli uni dagli altri saggi, reportage o romanzi sulle attività criminali delle organizzazioni mafiose e su quelle della delinquenza comune: la presenza, o meno, del reato di “associazione” tra gli appartenenti a un clan. La questione è solo apparentemente tecnicistica: su di essa si fondano non solo le sentenze dei tribunali ma anche radicati giudizi dell’opinione pubblica (si pensi, per fare un esempio recente, all’inchiesta su “Mafia Capitale”).

È proprio per comprendere bene le origini e la stessa esistenza di questa “associazione” di stampo mafioso che è utile leggere un libro da poco pubblicato da LB Edizioni: Il processo del 1891 alla Malavita barese (pp. 160, euro 10), che riprende il contenuto di un altro volume, uscito nello stesso 1891, comprendente tutte le fasi del primo processo celebrato nel capoluogo pugliese sulla Malavita locale intesa quale organizzazione mafiosa unitaria, al pari della Camorra in Campania. Quel volume di oltre 125 anni fa vedeva la luce grazie all’opera di un giornale cittadino, “Don Ficcanaso”, che seguì tutte le fasi del procedimento. Una testimonianza storica preziosa, come sottolinea nella Prefazione il procuratore generale onorario della Cassazione Leonardo Rinella, «perché è uno spaccato significativo del crimine organizzato nella città di Bari e della lotta allo stesso, quando l’unità della nazione era stata raggiunta da appena un ventennio e quindi le istituzioni, comprese quelle impegnate nella sicurezza dello Stato, erano ancora in fase di organizzazione».

L’operazione editoriale condotta dal “Don Ficcanaso”, e oggi ripresa in questa pubblicazione, consentiva anche al lettore che non avesse dimestichezza con il lessico giuridico, in qualche modo, di prendere parte come spettatore al processo. Anzi, a quello che oggi definiremmo un “maxi-processo”: erano infatti ben 179 gli imputati, tanto che fu necessario allestire la sala d’udienza e le gabbie nel “bunker” di uno stabilimento collocato nei pressi del Castello Svevo, a quel tempo adibito a carcere cittadino.

Senza scendere nel dettaglio delle vicende emerse dagli atti del processo e del ruolo svolto dai personaggi di spicco della malavita barese di quel tempo, è possibile sottolineare almeno tre punti di particolare interesse. Anzitutto, la netta dichiarazione, di gran parte degli imputati, dell’inesistenza di una “associazione” tra di essi: risse, rapine, omicidi e lesioni si sarebbero dovute giudicare, perciò, esclusivamente a titolo personale. Il secondo aspetto da rilevare è il ruolo giocato da rappresentanti delle forze dell’ordine che hanno raccolto nel tempo gli indizi che avrebbero poi condotto al processo; come Eduardo Felzani, prima ispettore e poi questore di Bari, che in dibattimento affermava: «A noi ufficiali di polizia giudiziaria non basta sentire la denunzia, ma occorre l’accertamento del fatto prima che si deferisce al giudice penale».

In conclusione, vanno menzionate le parole che il direttore del “Don Ficcanaso”, Biagio Grimaldi, scriveva poco dopo la sentenza che sancì l’esistenza dell’associazione tra i criminali imputati nel processo. No, secondo Grimaldi «l’associazione non esiste. E ciò lo diciamo perché sentiamo anche noi il dovere di gridare contro chi volle denigrare la regina delle Puglie abbassandola a una misera ancella, contro chi la volle calunniare, chiamandola covo di malfattori. […] Bari non è mai stata un covo di malfattori! I pugliesi sono stati sempre laboriosi ed onesti!». Come si può vedere, è da tempo che personalità di rilievo pubblico si affannano a negare l’esistenza o quantomeno la pericolosità di un fenomeno mafioso in nome della tutela del buon nome della propria città e dei propri concittadini. Un rischio che, dopo oltre 125 anni, si manifesta pressoché intatto nelle parole di non pochi esponenti politici (e in particolare di certi sindaci).

Stefano Savella