Poesia qualepoesia/18: Vincenzo Lagalla. La parola come luogo

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Rubrica a cura di Francesco Aprile

Il lavoro di Vincenzo Lagalla risulta caratterizzato da un uso ironico e polisemico della parola, ma anche materico e controverso per le sue implicazioni. Di fatto, questa appare sempre in bilico fra la sua dimensione a stampa e la fuoriuscita da sé, seguendo una prospettiva al contempo emersiva ed immersiva; la parola emerge e trascende il suo dirsi, si dà nello spazio, dunque, in quella condizione che ci vede “immersi” nel linguaggio, fino a farsi spazio. Lagalla, nato e cresciuto nel Salento, opera in provincia di Lecce dalla metà degli anni ’70 per circa un decennio, fino a quando, nel 1985, si trasferisce a Genova. All’arrivo nella città ligure incontra, su indicazione di Francesco Saverio Dòdaro, Rolando Mignani, con il quale stringerà un ottimo rapporto avviando una duratura collaborazione. Del lavoro di Lagalla possiamo distinguere diverse fasi: quella pittorica (prima surreale, poi informale e via via segnica) e quella che tiene insieme una serie di pratiche affini alle ricerche letterarie. L’autore, infatti, opera sin dagli anni ’70 negli ambiti della poesia visiva attraverso, anche, la costruzione di oggetti, di libri-oggetto e in ultimo attraverso la fotografia.

A partire da questo primo periodo già emerge la tensione spaziale della parola alla quale l’autore si mostrerà via via sempre più incline. Il periodo genovese sarà caratterizzato, infatti, da una più consapevole e spregiudicata articolazione della parola poetica nello spazio. Dell’arrivo a Genova, ricorda Lagalla, «Mignani, protagonista della Poesia semiotica insieme a Carrega, è stata la prima persona che ho conosciuto su indicazione di Dòdaro. Entrambi a quell’epoca erano impegnati nella realizzazione di riviste caratterizzate da un unico orientamento linguistico: Dòdaro produceva “Ghen” a Lecce e Mignani “Ghen Liguria” a Genova in linea con la rivista di Dòdaro con cui era in contatto. […] Con Mignani è arrivato Di Cristina, e Bucci, il più giovane del gruppo, bravo con la matita e con la penna, tanto che la maggior parte dei testi che mi riguardano li ha scritti lui. Insieme, già l’anno dopo il mio arrivo a Genova nell’86, abbiamo presentato alla Sala Cambiaso di Palazzo Meridiana la mostra “Progetto per una dimora inabitabile” (titolo dato da Rolando e dedicata a Martin Heidegger), dove per la prima volta realizzo una installazione» (Aprile F., Intervista a Vincenzo Lagalla, Utsanga.it, marzo 2015).

A quali territori sia destinata la parola poetica, nel percorso di Vincenzo Lagalla, è cosa ardua rispondere. L’autore, memore della lezione di Duchamp, guarda agli oggetti della quotidianità stabilendo connessioni improvvise fra linguaggi lontani. L’oggetto è liberato dalla patina grezza del suo utilizzo e trova una nuova esistenza a partire da implicazioni etimologiche e simboliche. La stratificazione della lingua è sottoposta a torsioni costanti, improvvise, lacerazioni materiche e ironiche deviazioni del senso. Nel 1985 organizzava, in contemporanea a Lecce (Libreria Palmieri) e Bari (Libreria Villari), la mostra “Di – Segni. Di –bi– Sogni”. Costante nell’opera di Lagalla è la ricerca che fin dagli esordi lo ha portato ad una messa in crisi e complicazione degli schemi fruitivi, anticipando i futuri sviluppi della sua opera: «L’aspetto ironico rappresenta il reale intervento dell’artista, anche questo ha fatto Duchamp, quello che non ha potuto fare è vivere la nostra epoca, così complessa tra globalizzazione e sviluppo insostenibile, ma è nella complessità che si aprono gli spiragli per “il fare artistico” rendendola visibile a tutti attraverso “il lavoro estetico”» (Intervista a Vincenzo Lagalla, Utsanga.it, marzo 2015).

A tal proposito, l’immagine di locandina della mostra sopracitata era caratterizzata dalla frammentazione dello spazio che a partire da sinistra si apriva con una fotografia dell’autore, tagliata in due, e la dicitura “Io”, in basso a destra. Al centro l’immagine dell’autore permane nella sua metà, lato sinistro, mentre sul lato destro compare l’immagine, iconica, di Marilyn Monroe, sempre a metà, a completare l’autore, con in basso la dicitura “Me”. A destra, la terza foto completa l’unione fra l’immagine dell’autore e quella dell’attrice. In basso è riportata la dicitura “Reeling”. A questo punto emerge chiaro lo spiazzamento, il vacillamento del senso. La prima foto, taglia, prelude all’operazione di spostamento, ma allo stesso tempo apre alla divisione strutturale del soggetto lacaniano. Il “Me” riportato nella seconda foto permette di focalizzare ancor di più il vacillamento del senso. L’autore riporta “Me”, non un “Je”, direbbe Lacan, dunque non un “soggetto dell’inconscio”, ma l’io, un più lacaniano “moi”, che in questo caso è spiazzante e deraglia il senso che nella terza foto è sigillato dalla parola “Reeling”, appunto “vacillamento”, “barcollare”, ma che allo stesso tempo nel cinema e in fotografia indica o può indicare la bobina, la pellicola, dunque completa l’accezione plurivoca della proposta di Lagalla rimandando allo strumento usato, la fotografia, dunque la pellicola, ma al contempo ne sancisce il “vacillare”.

Il taglio filosofico è confermato nel tempo dai lunghi trascorsi dell’autore attorno ai territori dell’opera heideggeriana. Significativa è la mostra del 1986, a Genova, con titolo, individuato da Rolando Mignani, “Progetto per una dimora inabitabile”, dedicata al filosofo tedesco e che vedeva la partecipazione di Mignani, Lagalla, Nicola Bucci e Italo di Cristina. Nell’ottica di un omaggio ad Heidegger, nel testo di presentazione della mostra, Nicola Bucci avvertiva della necessità di una tradizione che ha come suo presupposto il “traditum”, laddove, infatti, la tradizione consegna, rivela qualcosa, e tradire, dal latino tràdere, ci riporta a dare, consegnare, mettere in mano. In questo senso l’operatività di Lagalla è attraversata da suggestioni filosofiche e da una sorta di “dialetto”, qui da intendersi ben al di là di una lingua locale, che imposta il bagaglio di una tradizione sempre tradita e consegnata, ripresa. La tradizione è dal canto suo ramificata, rizomatica, pescando ad un tempo da quella “tradizione del nuovo” che nell’autore salentino sembra cominciare con l’esperienza duchampiana, ad un altro, ancora, guarda ad un tracciato esistenziale che ha nella mediterraneità, nel mito, nell’iconografia (storica, ad esempio Marat, e contemporanea, Marilyn), quei percorsi che compongono la pelle autorale e in questo senso conferiscono all’autore stesso un territorio solido, ma anche poroso, da tradire e riconsegnare altro da sé, ogni volta, costruendo poetiche vie di fuga volte alla ridefinizione dei luoghi, dall’entità spaziale dell’opera, da abitare poeticamente.

Nella lingua, Lagalla ritrova quel marcato rapporto materico della parola dialettale, della cultura popolare, e lo traspone nell’estensione spaziale dell’opera che agisce ripensando i luoghi e la relazione con il fruitore. Nel popolare, sembra rintracciare i semi di una temporalizzazione dell’essere, di una sua rilevazione storica. È in questa dimensione linguistica che le installazioni dell’autore prendono corpo nello spazio. Gli oggetti sono sovrastati da parole o frammenti di queste, al punto che la condizione linguistica dell’apparato oggettuale in Lagalla si estende oltre le coordinate di quelle parole chiave che indicano il tema e si “riproducono” in una serie di giochi linguistici i quali permettono la creazione di concetti, al di là dell’uso convenzionale del linguaggio. La parola è curvata, sottoposta a torsioni e rimandi. In questo senso i rimandi operano nella spazialità dell’opera, ossia nella radura, licthung, permettendo alle parole di mostrarsi di rinvio in rinvio in relazioni sempre altre e diverse che impediscono la risoluzione dell’opera in un senso ultimo, aprendo al contrario ad uno svelamento graduale, prospettico. L’intrusione nello spazio da parte dell’installazione interessa il luogo, la stanza, la galleria o altro in termini di scossa, producendo di fatto un luogo nuovo, poeticamente edificato.

Sulle coordinate heideggeriane la poiesi di Lagalla, autore che ha fra l’altro aderito al movimento letterario New Page fondato da Francesco Saverio Dòdaro nel 2009, cuce e ricuce il tempo espresso nella sua stratificazione storica. Nel testo intitolato “Aletheia”, pubblicato in New Page, l’io del soggetto è costruito sulle modalità dell’essere-con; questo essere in relazione si produce sulla scorta di un “noi”, scrive l’autore: «Aletheia / è “ci” / luce manifesta / n oi…io […] manifesto cittadinanza / manifesto téchne / manifesto abilità / manifesto abitudine / all’esserci / preso per mano / manifestò / altro da sé / oltre». L’andamento enumerativo del testo rende possibile il collegamento con un’altra opera sempre pubblicata in New Page, intitolata “Parto”, in cui la cadenza enumerativa come motivo ritmico lascia il posto a motivi di ripetizione interna. La continuità sonora del testo produce effetti sonori, melodici, di qui il richiamo all’Heidegger di “Che cos’è la metafisica?” – “la melodia e il ritmo come l’anima” scriveva il filosofo tedesco – per via del ricorso incessante a figure retoriche della ripetizione (paranomasia, anadiplosi, epizeusi). Il tutto è veicolato dall’immagine dell’ulivo che attraversa il testo come un segno e l’autore ricollega il motivo della partenza, il “Parto” del titolo, alla nascita, dunque ai luoghi d’origine, d’infanzia, di gioventù che assurgono a retroterra materico del linguaggio.

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