“Popolo nazione stirpe” di Ferdinando Pappalardo

La definizione di «casta» applicata alla classe politica è apparentemente un fenomeno tutto sommato recente. Nel maggio prossimo, infatti, ricorreranno i dieci anni dalla pubblicazione dell’omonima inchiesta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, uno di quei rari casi in cui il titolo di un libro acquisisce una fortuna che supera gli stessi successi editoriali (pur già di per sé eclatanti). Ma è proprio vero che la rivolta contro la Casta (tout court: il riferimento alla politica è da tempo scomparso, portando con ciò a un’implicita negazione delle altre, talvolta ben più radicate, caste) si debba circoscrivere agli ultimi anni della Seconda Repubblica? La risposta è no; eppure sembra difficile convincerne un Paese proverbialmente senza memoria, inchiodato a rincorrere le polemiche e gli scandali del giorno per poi dimenticarli a stretto giro.

Altri libri servono a questo scopo: uno tra questi è il recente Popolo nazione stirpe. La retorica civile di Gabriele d’Annunzio (1888-1915) di Ferdinando Pappalardo, pubblicato per i tipi di Piero Lacaita Editore (pp. 160, euro 18), storica casa editrice di Manduria con una lunga vocazione nella diffusione della cultura laica e dell’impegno civile. Una pubblicazione, quella di Pappalardo, che – come è chiaro sin dal titolo – non si limita a ripercorrere in chiave storica il ruolo nella vita politica di uno dei protagonisti della temperie culturale dell’Italia unita; ma che unisce, a una ricerca dei testi dannunziani usciti su quotidiani e riviste dell’epoca, l’analisi della dimensione politica del Vate attraverso le sue opere letterarie. Il tutto, sotto il segno di una «retorica civile» ben contraddistinta proprio da quegli accenti che oggi definiremmo «anti-casta».

Ben trenta anni prima dell’impegno interventista nelle «radiose giornate di maggio» del 1915 si trovano le radici della presenza di d’Annunzio nel dibattito pubblico, ed è proprio questo trentennio a rappresentare lo spazio cronologico della ricerca di Pappalardo, docente di Letteratura italiana presso l’Università di Bari e direttore del Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani. La breve esperienza parlamentare di d’Annunzio tra il 1897, quando fu eletto per la Destra nel collegio abruzzese di Ortona, e il 1900, quando fallì la rielezione sostenuto dalla Sinistra, rappresenta soltanto una parte di quella fase storica; utile, e per certi versi decisiva, tuttavia, per comprendere appieno il «pensiero politico» del Vate, o, per dir meglio, la sua assenza. Come scrive Pappalardo, infatti, «egli si nutrì di un viscerale disprezzo per la politica, se per politica s’intendono i compiti del governo, la cura dell’amministrazione, il pluralismo della rappresentanza e la sua dialettica»; in sintesi, verso tutto ciò che potesse rappresentare l’idea del «compromesso»: «La sua oratoria civile tracima di denunce, ma è poverissima di proposte».

Questo giudizio non contraddice l’espletamento del mandato parlamentare: condotto infatti, come sottolinea l’autore, senza sottoscrivere alcun disegno di legge e senza mai prendere la parola in aula o nelle commissioni sui provvedimenti legislativi in discussione. Va, semmai, inquadrato alla luce delle parole pronunciate da Claudio Cantelmo nella Vergine delle rocce («Difendete la Bellezza! È questo il vostro unico officio!»), rivolte – come commenta Pappalardo – a «sollecitare con il proprio esempio gli artisti affinché levino alta la voce contro la decadenza del presente e si dispongano alla battaglia contro la barbarie democratica, prima responsabile del declino del loro declino sociale». Senza dimenticare, tuttavia, l’«innata propensione al protagonismo» di d’Annunzio, e la ricerca di «un canale di comunicazione con più ampi strati sociali». L’esperienza di deputato non scalfirà, in realtà, le sue polemiche anti-parlamentari: presenti fin dal 1888 nell’Armata d’Italia, continueranno a costituire un punto fermo nella retorica civile dannunziana anche nei comizi per la campagna elettorale del 1900, forse con «l’intento di blandire l’orgoglio municipalistico degli elettori fiorentini», dove era in quell’occasione candidato.

Stefano Savella