“Bioetica e bioterrorismo” di Raffaele Sinno

Tanti ne parlano, ma pochi sanno definirlo correttamente. Parliamo di bioterrorismo. Il bioterrorismo è «l’uso intenzionale di agenti biologici (virus, batteri o tossine) in azioni contro l’incolumità pubblica quali attentati, sabotaggi, stragi o minacce volte a creare panico, o isteria collettiva». Se ne parla soprattutto da una ventina di anni, in seguito all’affermarsi delle minacce terroristiche di natura batteriologica. Eppure pochi immaginano che di bioterrorismo si è parlato fin dall’antichità e ancor prima: alla metà dell’Ottocento, infatti, il paleontologo Alfred Fontan scoprì nei pressi di una grotta a Massat, sui Pirenei, «punte di ossidiana imbevute di estratti vegetali», dimostrando così che già nell’era glaciale si era a conoscenza dell’effetto diretto e indiretto di determinati veleni. Anche in guerra.

Ad affrontare la questione del bioterrorismo e i suoi risvolti in diversi campi del sapere è ora il libro di Raffaele Sinno, Bioetica e bioterrorismo. Aspetti scientifici, etici, giuridici (Levante Editori, pp. 256, euro 25). Responsabile del Day Surgery Anestesiologico dell’ospedale Fatebenefratelli di Benevento, ma anche filosofo, l’autore è docente di Bioetica presso l’I.S.S.R. di Benevento – Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – e presso il master di Bioetica dell’Università di Bari. La storia del bioterrorismo rappresenta la prima parte del volume, dove troviamo numerosi esempi in luoghi diversi del pianeta: veniamo ad esempio a conoscenza che nel 1155, durante l’assedio di Tortona, «l’imperatore Federico Barbarossa fece avvelenare le fonti del Rinarolo, l’unica risorsa d’acqua della città, gettandovi carcasse di animali, ottenendone l’espugnazione»; e arriviamo fino al XX secolo, con l’uso – ad esempio – da parte dei Mau Mau in Kenya di tossine di origine vegetale.

Il secondo capitolo analizza più nel dettaglio il concetto di biosicurezza e quello di bioattacco, oltre alle caratteristiche delle armi biologiche. Il terzo capitolo è invece dedicato alle relazioni tra bioetica e bioterrorismo, senza trascurare gli effetti del «panico morale» innescato in modo particolare dai mezzi di comunicazione. Ancor più specificamente, il quarto capitolo mostra come le risorse economiche necessarie alla realizzazione di armi biologiche siano tutt’altro che ingenti; assai più consistenti sono invece i costi della biodifesa, ovvero utili per garantire alla popolazione la sicurezza in caso di bioattacchi. In chiusura del volume, è da segnalare un’appendice contenente protocolli e documenti internazionali, come la «Convenzione che vieta lo sviluppo, la fabbricazione e lo stoccaggio delle armi batteriologiche (biologiche) o a base di tossine e che disciplina la loro distruzione» firmata a Londra nel 1971, la «Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione, immagazzinaggio ed uso di armi chimiche e sulla loro distruzione» firmata a Parigi nel 1993, e il «Protocollo sulla biosicurezza della Convenzione sulla diversità biologica» di Cartagena e adottato a Montreal il 29 gennaio 2000.

Insomma questo libro, come scrive nella Prefazione Francesco Bellino, ordinario di Filosofia Morale, direttore del dipartimento di Bioetica dell’Università di Bari, «è una chiara e documentata analisi degli aspetti scientifici, etici, giuridici, economici del bioterrorismo. L’analisi teoretica dell’autore non è unilaterale ma duale, non prende in esame solo gli aspetti distruttivi, bellici, il bioattacco, ma anche gli aspetti benefici della biodifesa. Di fronte al bioterrorismo qual è l’atteggiamento etico più responsabile? L’autore esclude che si risponda con l’uso della forza, attraverso complesse strategie di attacco, discutibili sulla loro efficacia. La risposta più valida è quella non solo di proteggere la vita di tutti i soggetti, anche di quelli più a rischio e vulnerabili, ma quella di una formazione permanente dei cittadini. Sinno ci offre un prezioso contributo teoretico, individuando dei criteri bioetici per valutare gli aspetti critici e controversi della ricerca in questo settore, che non può prescindere dai principi di beneficialità e di giustizia. Sono dei punti fermi per proiettare «la complessità del presente in un progetto biofilo per le future generazioni».