“Pasolini e la dittatura del presente” di Pasquale Voza

Forse ha ragione David Grieco (autore del libro La macchinazione e regista dell’omonimo film in cui Massimo Ranieri presta anima e corpo a Pier Paolo Pasolini) quando dice che Pasquale Voza, in questa sua ultima e validissima fatica, si fa psicologo di Pasolini, anzi – oserei dire – più psicoterapeuta.

Pasolini e la dittatura del presente (Manni 2016, pp. 112, euro 12) consta di un’introduzione e dieci saggi in cui Voza analizza, destruttura, pindaricamente vola tra le pieghe dell’uomo Pasolini, tra le spiegazzature della sua opera, tra le varie idiosincrasie del suo pensiero e svela, con le numerose comparazioni, i rapporti dell’autore delle Ceneri di Gramsci con altri intellettuali, scrittori, antropologi, filosofi.

Proprio nell’introduzione si rammenta il concetto di “tolleranza” in Foucault, il quale riferendosi a Comizi d’amore (illuminante indagine socio-antropologica di Pasolini sul sesso tra i giovani) coniò questo termine avendo in mente la “mutazione antropologica”, spillo fisso nel cervello dello scrittore di Ragazzi di vita.

Una mutazione che in sé innerva il potere consumistico, il quale crea una “nevrosi afasica” nelle masse giovanili. È, insomma, quella concezione del “prima” che si fa strada in Pasolini, un “prima” che – catastroficamente – non c’è più, più non esiste (al contrario di Walter Benjamin, il quale sosteneva che la catastrofe – di contraltare – sta nel fatto che tutto continui come prima).

Proprio il primo saggio del volume prende piede dalle riflessioni pasoliniane sull’“ordine orrendo della modernità”, in cui l’incattivirsi dei giovani non può portare a nessuna consapevolezza critica, ovvero a nessuna liberazione; la nuova preistoria del capitalismo non ha, dunque, nulla a che vedere con la “preistoria” in cui ancora vivono i tanto amati sottoproletari romani, non c’è nulla di quell’istinto corporale (in parte primitivo) che caratterizzava i movimenti di un tempo, lo spazio che il soggetto occupava nella società, ora il brusio della parola “figlia” della vitalità dei corpi, può dare voce poetica alle radici antropologiche della vita.

L’accostamento tra la periferia romana e la città indonesiana di Bandung (L’uomo di Bandung è una poesia scritta da Pasolini nel 1967) è ancora una dimostrazione dell’attrazione che il mondo primitivo, schietto, arcaicamente innocente, desta nell’animo del poeta e scrittore, un’esplosione vitale che il Terzo Mondo e gli sterminati “regni della fame” rendono viva e pullulante di riflessioni. Il famoso odore dell’India, insomma, odore e non “idea” (come nell’amico Alberto Moravia).

Il consumismo è dunque, nel suo essere colonna portante di certa modernità capitalista, quello che priva gli stessi giovani del Sessantotto dell’acqua della vita, che li rende omologati pur nella presunta contestazione, che li trasforma – come lo stesso Pasolini affermò riguardo la questione di Valle Giulia – in irresponsabili, perché figli della borghesia e non di povera gente (come il poeta differenziava i poliziotti). La borghesia era colpevole del massacro del Circeo (aveva affermato Calvino) ma anche – secondo Pasolini – dello spirito dei ragazzi del popolo, i quali avrebbero potuto fare la medesima cosa.

Ecco allora che il potere dei consumi getta il seme della pianta per il “nuovo fascismo”, il poeta ora può esercitare solo “in falsetto”. La consonanza con Ezra Pound nasce proprio dal trauma alla base della poetica della stagione ultima. Nel poeta dei Cantos, Pasolini vedeva l’astoricismo poetico e la possibilità di una “Destra sublime” che fosse una poetica del regresso, laddove il problematico venire alla luce fosse sostituito dal rifugio nell’oscura caverna. L’idea di una coscienza della lingua, in sostanza, che potesse istituire nuove forme (una “scommessa schizoide” come scrive Voza).

Il volume scorre piacevolmente alla lettura, Voza analizza il rapporto di Pasolini con Zanzotto, percorre le parole del poeta in un’intervista rilasciata a Dacia Maraini nell’ottobre del 1972, mette in luce il rapporto tra Pasolini e Ernesto De Martino (Apocalisse culturale e mutazione antropologica): la poesia popolare (verso la quale impreparata si era rivelata la cultura marxista) pare essere non poco legata alla questione meridionale. In De Martino Pasolini vedeva un “marxismo privo di semplicismo ideologico” che si innestava nello storicismo del Croce ma anche in suggestioni mutuate da Freud; il riferimento a Gramsci (Letteratura e vita nazionale) è anch’esso critico da parte del poeta delle Ceneri, il quale sostiene che il pensatore sardo, nell’analizzare il melodramma e il romanzo d’appendice, ignora invece la poesia popolare.

Quest’ultima raccolta di saggi di Pasquale Voza, professore emerito di Letteratura Italiana presso l’Università di Bari nonché presidente onorario del Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani e membro del comitato scientifico della rivista “Studi pasoliniani”, va letta e studiata; un’agile e pungente scrittura crea una sana complicità nel lettore, una duratura memoria di quel che si è letto, un’idea di Pasolini in parte nuova, perché caratterizzata dall’analisi minuziosa e capillare (molecolare) di certi assunti. In Voza alberga un Pasolini che, senza scomodare la trita e ritrita frase del “cosa penserebbe oggi del mondo”, è ancora invece più vivo che mai, pur nel suo essere (al presente) ancora ‘profeta’ e ancora ‘ritardatario’ (come chiosò al tempo il buon Contini).

Giuseppe Ceddia