“Labiali” di Paolo Castronuovo

Più di una silloge, «un contenitore poetico a due teste, un oggetto d’arte, in certo senso, come potrebbe essere una diavoleria di Damien Hirst». Sono parole di Franz Krauspenhaar, lo scrittore milanese che vergato la Prefazione a Labiali, l’ultima bella raccolta poetica di Paolo Castronuovo uscita da pochi mesi per la casa editrice Pietre Vive (pp. 68, euro 10). E non sono parole scritte a caso, perché in Labiali si accumulano effettivamente stimoli e visioni tipici della forma d’arte postmoderna, rendendo i suoi versi, per usare ancora le parole di Krauspenhaar, «un susseguirsi di immagini, rutilanti, a volte cinematografiche, fantascientifiche, fantasmagoriche, come in un Fellini impazzito e, dall’altra parte, domestiche».

Le «due teste» dell’opera, i due blocchi principali, Mercurio e Monoliti, sono aperti da versi che già mostrano, in sedicesimo, una parte delle numerose suggestioni successive («siamo sabbia fronde capi stesi / il tempo e il vento tritano la forma / […] / tra i ghiacciai muovi la cannuccia / nel succo di frutta»), e sono chiusi da un’altra, poco più lunga, lirica che a quelle suggestioni aggiunge il carico di umori e di sfiati e di atti corporali raccolti attraverso tutta la silloge («prima di togliermi la maglia / lercia di notte dal collo avvizzito / ho slabbrato uno sbadiglio»). È nel mezzo, tuttavia, nel cuore dei due blocchi, che l’accumulo di immagini esplode, incontrollato eppure consapevole, lucido, accurato.

E non ci si lasci deviare dal contributo dei versi che aprono Mercurio e che adombrano una misantropia profonda e viscerale: contro i bambini, cui «è stato concesso troppo», che «hanno messo le mani dappertutto»; contro una macchiettistica retorica meridionalista e della vita di comunità («Non parlerò del sud, e delle friselle da salvare», «Ho visto paesani travestiti da avvoltoi in cerca di gossip»); finanche contro il calcio moderno («Sono orgoglioso della claustrofobia / domenicale in alternativa allo stadio / […] / non è la disciplina ciò che mi disturba / quanto il lezzo attorno dei reality-slave-show / un mercato nero colorato di bandiere € bestemmie»).

I versi di Castronuovo scavano più in profondità, nei luoghi quanto nei corpi e neppure ignorando il proprio rapporto con la scrittura poetica («Il mio verso si è diradato e indurito / forse perché mi avvio al realismo / maschero l’avanguardia e abbandono / il surrealismo del muschio / accarezzato dal tuo abito»). La materialità degli oggetti e il contatto tra i corpi rendono superfluo il livore e illuminano la nuda sostanza delle cose («È muto il cellophane sui mobili / non lascia spazio alla polvere / […] / tutto rimane indecomposto / fermo come il soffitto») e delle relazioni («la mia barba ti ha affannato / stupita al buio vaporizzato di un abatjour / a mo’ di fuoco artificiale / sei esplosa dalle gambe fino al seno»). Ma la luce è lontana, incerta, come la percezione di un labiale «della passeggera accanto» di un viaggio in treno, come il confine della «bruciatura di sigaretta sulla pellicola», in bilico come il «fotogramma della pausa» per una vita che è come «un film tagliato male»,

Stefano Savella