“Strade negre” di Davide Morgagni

Una Roma che «sembra una cagna in mezzo ai maiali», come cantava Francesco De Gregori in Viaggi & miraggi, è lo sfondo perfetto per un romanzo che affronta la crisi del lavoro precario, la solitudine esistenziale dei giovani, la confusione e il caos che regnano nelle grandi metropoli contemporanee. Uno scenario cupo che si riflette in tutto ciò che ci circonda attraverso una caratteristica, la “negritudine”, attribuita a cose, parti del corpo, elementi di diverso genere. È ciò che avviene, come recita il titolo stesso del romanzo, in Strade negre (MusicaOs, pp. 184, euro 12), secondo libro di Davide Morgagni, autore, regista e attore teatrale leccese, che segue la pubblicazione nel 2014, sempre per MusicaOs, di I pornomadi.

Delle due parti di cui si compone il romanzo, la prima è quella in cui Roma, città in cui il protagonista di questa autofiction si trasferisce dalla Puglia, emerge con potenza attraverso odori, luoghi, situazioni: un autobus affollato, un barbiere nordafricano, le strade del Vaticano confondono spazi diversi a sensazioni apparentemente distanti, in realtà unite dalla solita, omologante e agglutinante negritudine: «Roma è solo un’idea, l’Idea di Roma, uno sbadiglio, una bestemmia, una parola scritta al contrario, ah Roma è una città dell’India, una lingua ripiegata su se stessa coi suoi organi accartocciati in rovina, coi suoi organi e apparati arrapati ripiegati nel soffocamento pubblico».

Ma non c’è solo questa Roma intimamente pasoliniana, brulicante e esasperata e bulimica e sovraeccitata, e non ci sono soltanto le sue strade negre. Ci sono anche Lecce, Parigi, e c’è tutto un mondo di personaggi e personaggi provenienti da tutto il mondo, ragazze couchsurfer ospitate dal protagonista e dall’amico Gigi con poco nascosti secondi fini: «la fica che ci salverà dagli inganni e dai sospetti, che ci salverà da questa depressione del cazzo, la grande fica mistica, la fica negra, la fica amara, la fica degli alleluia, la fica e nient’altro». Personaggi che popolano un «romanzo visionario, perché totalmente incollato alla superficie febbrile di ciò che descrive, attuale e immanente, perché racconta la realtà e la crea mentre essa stessa accade sotto i nostri occhi».