“I tre volti di Ecate” di Vito Santoro

Due giovani e inesperti ladri d’appartamento, Dario Ondiga e Alberto Marzo, entrano in una grande villa per un furto su commissione. L’oggetto del desiderio è una piccola statua di Ecate di cui non sanno riconoscere il valore. Un imprevisto scontro a fuoco con un personaggio misterioso cambierà i loro piani e dà inizio all’articolato intreccio di I tre volti di Ecate, il nuovo romanzo noir di Vito Santoro pubblicato dalle edizioni Spartaco (pp. 194, euro 10). Come nella prova precedente del 2015, Non c’è tempo per il sole (premio Narratori della Sera), anche qui Santoro dà prova di saper costruire una trama narrativa complessa, muovendo i personaggi come pedine di una scacchiera. Separandoli, infatti, su due schieramenti contrapposti, che iniziano a inseguirsi per ottenere la statua e far perdere le tracce del trafugamento.

Intorno a Dario e Alberto, infatti, si muovono interessi ben più alti di loro ma non del tutto chiari, almeno all’inizio. Da una parte c’è Messalla, ricco proprietario di un albergo, alleato con il commissario di polizia Nebbio, disposto anche a commettere omicidi e a inquinare le acque pur di passarla liscia. Dall’altra, un altro uomo con oscuri interessi e appassionato di armi da fuoco, Mario Sforza, che offre la propria protezione ai due giovani: «Qualcuno aveva messo in giro la voce che Sforza fosse un ex mercenario. Un agente dei servizi segreti si fantasticava, o addirittura una spia. Alberto e Dario non avevano mai creduto a quelle storie: per loro Sforza era solo una persona che aveva deciso di lasciarsi il passato alle spalle e aveva scelto quella piccola città del Sud per cercare un po’ di tranquillità». Altri personaggi prendono posizione tra i due schieramenti, come il sicario Hahn, giunto dall’Europa dell’Est per far fuori i testimoni della vicenda. Nel mezzo, il proprietario della statuetta, il Conte, Enrico Banti, che intende ritornarne in possesso per motivi affettivi.

Il paesaggio in cui Santoro ambienta il romanzo unisce ricordi di luoghi diversi: la vicenda si sviluppa tra la città di Cesme, il Casale, l’isola di Sant’Andrea, il bar Gabriel, e tutti questi luoghi portano con sé suggestioni del paesaggio dell’Italia meridionale: «Aggirarono la duna e si diressero verso un vecchio rudere abbandonato. Alcuni mattoni erano caduti da un pezzo e ciò che restava era ricoperto da muschi secchi e avvolto da tralci di rovo. Probabilmente un tempo quello era stato un rifugio per i pastori, ma il progressivo inaridimento del terreno aveva allontanato quella zona dagli itinerari delle greggi». Ma l’attenzione del lettore resta fissata sulla storia di questo romanzo, i cui nodi verranno sciolti soltanto nelle battute finali.