“Il mare traverso” di Antonio Rolli

Le frontiere del mare non hanno muri, né i muri presenti sulla terraferma hanno il potere di fermare l’afflusso di persone che intendono raggiungere una meta su scafi di fortuna. Le imbarcazioni dirette in Europa, da tempo, non arrivano più direttamente nei porti greci o italiani: navi della Marina militare, di altre nazioni europee o di organizzazioni non governative hanno oggi il compito di traghettare chi cerca di mettersi in salvo nel Mediterraneo. Eppure non sono lontani i tempi in cui a operare nelle azioni di salvataggio erano, prima di ogni altro, gli stessi pescatori che solcavano ogni giorno quelle acque. Attorno alle figure di alcuni di questi uomini si sono costruite produzioni cinematografiche, artistiche, talvolta addirittura leggende.

Oggi si tende a dimenticare il ruolo che uomini semplici e di inaudito coraggio hanno svolto nei salvataggi in mare degli ultimi ventincinque anni poco oltre le coste italiane. Per questo motivo, una storia che ha per protagonista un uomo di mare che si ritrova, con le sue sole forze, a salvare vite umane è oggi quanto mai necessaria: ed è ciò che ha realizzato – affidando peraltro al protagonista anche una passione smisurata per i libri – il giornalista Antonio Rolli nel suo romanzo d’esordio Il mare traverso (Besa Editrice, pp. 84, euro 12). L’uomo di mare della narrazione si chiama Giuseppe Leonetti e, per la verità, lavora nella sua libreria nel centro di Lecce, in via dei Mille. La sua storia incrocia però presto quella di Francesca, una ragazza che deve raggiungere a Candia, sull’isola di Creta, il giovane di cui è innamorata, Nisrin, siriano non vedente e accolto in un convento di Aleppo prima di fuggire dal suo paese.

Un’inedita Lecce innevata e sferzata dal vento di tramontana si alterna nel romanzo al viaggio di Nisrin dalla Siria alla Turchia, e quindi alla Grecia. Giuseppe e Francesca, invece, prenderanno il largo da San Foca a bordo del Cygnus, l’imbarcazione usata dal libraio per le sue uscite in mare aperto. Ma l’incontro con Nisrin non avverrà secondo le previsioni: un imprevisto, la presenza di scafisti senza scrupoli, la responsabilità di salvare una bimba, Hanan, affidata dal padre – un militante delle forze armate curde – proprio a Nisrin, cambieranno la vita di Francesca. E anche quella di Giuseppe, che del resto già lo immaginava, come scriveva nella lettera lasciata nelle mani di Tonino, panettiere e narratore: «Fare questo viaggio mi ha guarito. Ci ha guarito. Ci ha guarito da quel cinismo raggelante che ci incartoccia come la stagnola dorata di costosissimi cioccolatini preclusi ai più. Ci ha guarito dalla paura che segna i nostri giorni […]. Ci ha guarito, soprattutto, dalla solitudine che ci rende infelici».

Stefano Savella