“Nessuno è buono” di Michele Sciscio

Nessuno è buono di Michele Sciscio (GoWare, 2017, pp. 143, euro 10,99 – ebook euro 4,99) narra le vicende di Gualtiero Covella, un professore di latino che, suo malgrado, viene risucchiato dal vortice di un’esistenza inquieta sempre alla ricerca di riscatto personale, professionale e sociale: “In quest’orgia di mondo dove ognuno si fa vanto di non prendersi sul serio, lui l’aveva fatto: si era perso sul serio. Voleva salire. Perciò aveva studiato per diventare professore e per uscire dal ghetto. Ora, di tanto livore non c’era traccia. Il carcere lo aveva sedato” (p. 9).

Il prof sembra un pessimista, in realtà è soltanto impaziente che la razza umana si estingua, ma non per questo cova rancore verso l’umanità. L’esperienza del carcere lo trasforma in un uomo senza futuro, “E ora c’era il presente: un passato vestito da presente. Questo lo attendeva. E questo era il suo futuro” (p. 20).

Ed è proprio dal passato, macchiato da azioni criminali, che Gualtiero cerca di riappropriarsi della sua vita, simile a una ragnatela al centro della quale il ragno si sente protetto e invincibile, circondato da personaggi legati l’uno all’altro da un destino imprevedibile e beffardo: da Baracca a Ivanka (la “badante”), da Pilato ad Alessio Maritati (deputato della Repubblica italiana), da Vudialle a Dirce (la diva del web).

Le vicende, con un intreccio dalle tinte nere, si svolgono in Puglia, nella città agricola di Cerina, tagliata da tratturi possenti come vene di legno e interessata da una lenta conversione industriale, e vedono il coinvolgimento di politica, fondazione bancaria e chiesa.

Un romanzo avvincente, capace di instaurare empatia tra lettore e personaggi, ricco di colpi di scena e spunti di riflessione, e con un finale che si presta a diverse interpretazioni.

Michele Sciscio dimostra di essere uno scrittore avvezzo all’uso consapevole della parola, perché sa che si cade in trappola anche quando si raccontano emozioni e sentimenti e che, come sostiene Gualtiero, “La lingua è una prigione, si disse. L’ennesima. Parlare vuol dire imprigionarsi. Perciò inseguirla è inutile: si cade in trappola. Che vuol dire buono? Buono per chi? Per gli altri, per se stessi, per chi? Buono è una parola. Un’altra cella del carcere” (p. 80). E, forse, in questa affermazione si cela anche una possibile risposta alla dichiarazione provocatoria espressa nel titolo del libro. Da leggere.

Pasquale Braschi